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PER EDUCARE UN BAMBINO BISOGNA PRIMA EDUCARE SÈ STESSI

Per educare un bambino bisogna prima educare sè stessi e questo lo dicono in tutte le pedagogie del mondo

 

“L’adulto non ha compreso il bambino e l’adolescente e perciò è in continua lotta con lui: il rimedio non è che l’adulto impari qualcosa intellettualmente o che integri una cultura manchevole. No: è diversa la base da cui bisogna partire. Occorre che l’adulto trovi in sè l’errore ancora ignoto che gli impedisce di vedere il bambino”
Maria Montessori ne “il segreto dell’infanzia”

“Molto spesso noi non riusciamo a comportarci nei confronti dei nostri figli nel modo che vorremmo perché ci identifichiamo in loro, rivivendo nel loro dolore e nella loro sofferenza la nostra di quand’è eravamo piccini: il loro pianto che non riusciamo a reggere o la loro rabbia che non riusciamo a sopportare è in realtà la nostra… Così reagiamo comportandoci come i nostri genitori si comportarono con noi (perché è ciò che abbiamo inconsciamente assorbito e imparato) oppure facendo esattamente l’opposto, a costo di cadere nell’esagerazione contraria “
Elena Balsamo, “Libertà e amore”

Molte volte purtroppo assistiamo a scene di disprezzo dell’adulto nei confronti del bambino. Anche al supermercato mi capita di incappare in madri o padri che dicono al bambino di 1 anno e mezzo: “possibile che non riesci a stare fermo? Non toccare tutte le cose, le fai cadere. Non capisci che non puoi toccare tutto? Attento che rompi qualcosa. Non puoi prenderlo, non riuscirai a portarlo”. Queste parole sembrano solamente rimproveri agli occhi dei più che, cresciuti in un’epoca in cui l’attenzione verso la psiche del bambino era pari a zero, non comprendono come in realtà minano l’autostima del bambino. Lo portano a pensare di essere un incapace, un essere inferiore, non degno di fiducia.

“Se un bambino non si sente apprezzato, stimato, ascoltato, se viene continuamente criticato e rimproverato (combini solo guai; sei un buono a nulla), può prendere strade diverse: o si scoraggia e interrompe il dialogo (tanto nessuno mi crede, nessuno mi capisce) e si rifugia nell’immaginazione o ancor peggio approda al mondo delle dipendenze (alcol, droga ecc..); oppure si ribella e se ne va di casa o, al contrario, diventa un lavoratore accanito per provare a se stesso e agli altri che è degno di stima, che ha il diritto di esistere. In ogni caso porterà con sè un bagaglio di cui sarà difficile disfarsi: il dubbio sulle proprie capacità (ce la farò da solo?) che paralizza l’azione, rende problematiche le decisioni, in una parola rovina la vita”.
Elena Balsamo, “Libertà e amore”

Ecco! Questo è fondamentale comprendere! Ciò che ci è stato detto da piccoli era profondamente ingiusto. Ciò che diciamo ai nostri bambini quando non riescono in qualche attività, può essere una conferma delle loro capacità (“riprova e vedrai che ci riuscirai!”) oppure la distruzione della loro autostima (“cosa ci provi a fare che tanto non ci riesci? Lascia fare a me!”). Siamo noi che dobbiamo scegliere quale via seguire.

“Se per esempio un adulto vede il bambino che muove un bicchiere di vetro e pensa e teme che quel bicchiere possa essere rotto: in quel momento l’avarizia lo porta a giudicare quel bicchiere un tesoro, e per conservarlo impedirà al bambino di muoversi. In quel momento sorge in lui la tendenza tirannica, autoritaria, che si disperde nella semplice difesa di un oggetto senza valore. Difatti se un servitore facesse quel movimento il padre sorriderebbe, e se venisse un ospite che rompesse il bicchiere, il padre si affretterebbe a fargli rilevare che il bicchiere non aveva nessun valore. Il bambino perciò deve percepire con una continuità disperante che egli è l’unico ritenuto pericoloso verso gli oggetti e perciò l’unico ritenuto incapace di toccarli, che è un inferiore, che egli quasi vale meno delle cose.

Il bambino non soltanto ha bisogno di toccare le cose e di lavorare con esse, ma di seguire la successione degli atti: ciò ha una importanza grandissima sulla costruzione interiore della personalità.

Quando l’adulto si alza la mattina, sa che deve fare questo e quello e lo fa come la cosa più semplice della vita. La successione degli atti è quasi automatica e non si avverte più. Il bambino invece ha bisogno di costruirsi questo fondamento. Ma non può mai farsi un piano d’azione da seguire; se sta giocando, viene l’adulto che pensa sia ora di andare a passeggio, lo veste e lo porta via: oppure mentre il bambino sta compiendo un piccolo lavoro arriva un’amica della mamma, e la mamma va a prendere il bambino, togliendolo dal suo lavoro per mostrarlo alla nuova venuta. Nell’ambiente del bambino interviene sempre questo essere poderoso che dispone della sua vita senza mai consultarlo, senza considerarlo, dimostrando che le azioni del bambino non hanno alcun valore; mentre in presenza del bambino l’adulto quando si rivolge ad un altro adulto, sia pure un servo, non lo interrompe senza dire:” fate il piacere” ; ovvero : “se potete”. Il bambino sente dunque di essere inferiore.

L’adulto non si contenta di impedire al bambino le sue azioni, ma gli dice:” tu non puoi far questo, è inutile che ti provi” o se non si tratta di persone raffinate dirà:” stupido, perché vuoi far questo, non vedi che non sei capace?”. E questo vale un’offesa contro il lavoro o contro la successione delle azioni, non solo, ma contro la personalità stessa del bambino. Questo procedere radica nell’anima del bambino la persuasione che non solo le sue azioni non hanno alcun valore, ma che proprio la sua personalità è inetta e non può agire”.
Maria Montessori ne “Il segreto dell’infanzia”.

L’insulto è quanto di più sbagliato si possa dire ad un bambino poiché egli non si focalizzerà sull’ “insegnamento” che volete impartirgli, ma sulla parola utilizzata per definirlo e questo avrà due effetti:

la sua autostima e la fiducia verranno martellati e distrutti
non otterrete il vostro scopo che era quello di fermare un comportamento (a vostro avviso) sbagliato.
Questo dunque dovrebbe far riflettere sul fatto che oltre che dannoso è anche inutile.

Minare la stima di sè in un bambino vuol dire crescere un bambino infelice e aver poi un adulto davvero incapace, insicuro, dipendente.

“Rispetto, fiducia, libertà e amore: queste sono le fondamenta di una casa sicura, di una dimora confortevole da cui si può partire per avventurarsi nel mondo”.
Elena Balsamo, “Libertà e amore”.

Vivere Montessori vi augura importanti riflessioni sui termini usati quotidianamente per e con i Vostri bambini, fiduciosa che chi legge si pone in ascolto! Buon Lavoro!

Manuela Griso, Educatrice (tratto da “eticamente”)

COMPORTAMENTI CHE DANNEGGIANO IL LEGAME EMOTIVO CON I FIGLI

La maggior parte di noi diventa genitore senza conoscere bene le fasi dello sviluppo di un bambino e ci affidiamo al nostro istinto o all’esperienza dalla nostra infanzia.

 

Molto spesso, però, il nostro istinto in realtà è solo una reazione emotiva che non è stata ben ponderata; a volte la nostra infanzia può essere stata negativa o persino violenta.

Molto spesso durante la giornata un genitore vuole che i propri figli facciano subito alcune cose: mettiti subito le scarpe, sali subito sul marciapiede, entra subito in casa, smettila subito di fare rumore. Se i bambini non ubbidiscono, il nostro livello di stress aumenta rapidamente.

Essere un buon genitore non è solo proibire, ma soprattutto rafforzare il vincolo emotivo, facendo capire loro che siamo al loro fianco in ogni momento e che li aiuteremo a maturare e a diventare persone felici e complete.

Perchè determinati comportamenti indeboliscono il legame emotivo con i figli?

Per comprendere quanto sia importante capire le conseguenze che un nostro comportamento può provocare, immaginate la seguente situazione: è una tipica mattina. Vostro figlio/a si sta preparando per andare a scuola e si sta facendo tardi.
Prima di tutto pensate a cosa volete che faccia subito vostro figlio/a. Probabilmente penserete a obiettivi quali: vestirsi, fare colazione, lavarsi i denti, preparare lo zaino per andare a scuola.

Questi sono i vostri obiettivi a breve termine. Vostro figlio/a si sta gingillando e notate che si sta facendo sempre più tardi. Dite a vostro figlio/a di fare presto, ma lui/lei non si sbriga.
Ora riflettete su quello che state provando. Cosa sta succedendo al vostro corpo, all’espressione del viso, alla voce? I muscoli si irrigidiscono, aumenta il battito cardiaco, assumete un’espressione seria e alzate la voce. E poi che emozioni provate? Probabilmente il livello di frustrazione sta aumentando velocemente e provate un senso di panico e di rabbia.

Ripetete a vostro figlio/a di fare presto, ma sembra che lui/lei ora si muova ancora più lentamente. Parlate con un tono di voce arrabbiato e vi muovete per casa agitandovi e dicendogli/le che se continua così arriverete tardi al lavoro.
Cosa state pensando in questa situazione? Forse state pensando: “lo so che è in grado di fare presto. Lo sta facendo apposta per farmi fare tardi” o forse pensate: “Perché non mi ascolta mai? devo assolutamente FARLO ascoltare” o forse pensate: “Come si permette, adesso gli faccio vedere io chi comanda”.
E poi che cosa fate? Molti genitori in una situazione del genere cominciano ad urlare. Dicono cose come: “Se non sei pronto in due minuti ti lascio qui” o “Perché fai sempre così?” o “È possibile che non impari mai?”

A volte minacciano di punire il bambino, dandogli una sculacciata o togliendogli un gioco. A volte minacciano di portarlo a scuola anche se non ha finito di vestirsi. Alcuni genitori afferrano il bambino, lo scuotono, lo picchiano, lo insultano con parole come “stupido”.
Ora, cosa succede al bambino in una situazione del genere? Di solito quando il nostro cervello emotivo prende il sopravvento non ci rendiamo più conto di quali sono gli effetti delle nostre azioni sui nostri figli.

Se riuscissimo a tornare indietro vedremmo che anche il bambino è sempre più agitato e spaventato dalla nostra rabbia e dalle nostre minacce. I bambini inoltre possono sentirsi profondamente feriti e mortificati dai nostri insulti.
Quando li puniamo possono sentirsi non amati o non desiderati. Tutte queste reazioni inibiscono il cervello razionale e quindi a questo punto il bambino reagisce con il suo cervello emotivo: si mette a piangere, sbatte i piedi per terra, oppure urla. Vostro figlio si sente proprio come voi, e due persone in uno stato di panico non sono in grado di risolvere un problema in modo costruttivo.
Una situazione del genere probabilmente si concluderà in questo modo: voi, molto arrabbiati, accompagnate il bambino a scuola e al momento di salutarvi non gli fate un sorriso né gli date un abbraccio. Una volta arrivati al lavoro il vostro cervello razionale riprende il controllo e cominciate a sentirvi in colpa per quello che avete detto e fatto.

Vostro figlio a sua volta avrà difficoltà a seguire la lezione, si sentirà non amato, rifiutato e abbandonato. L’insegnante a quel punto potrebbe provare a sua volta un sentimento di frustrazione nei confronti del bambino che non lo ascolta.
Il bambino, proprio pochi minuti prima di cominciare ad affrontare una prova scritta, potrebbe ripensare al fatto che gli avete dato dello “stupido”. Oppure proverà sentimenti di rancore e se la prenderà con i compagni più piccoli.
Anche voi a questo punto avete difficoltà a concentrarvi sul lavoro perché vi sentite in colpa, vi vergognate del vostro comportamento e siete preoccupati per vostro figlio. Quindi il vostro obiettivo a breve termine è probabilmente stato raggiunto: siete arrivati al lavoro puntuali, ma sia il rapporto con vostro figlio che la sua autostima sono stati danneggiati.

In sintesi, assumere determinati comportamenti rigidi e severi, non serve a insegnare importanti lezioni ai propri figli, anzi tutt’altro. Vediamo in particolar modo quali sono i comportamenti che indeboliscono il legame emotivo tra genitori e figli.

Comportamenti che danneggiano il legame emotivo con i figli

L’assenza di ascolto
I bambini parlano molto e, soprattutto, fanno domande. Vi tormentano con mille dubbi, mille perché, mille commenti nei momenti meno opportuni. Vogliono sapere, sperimentare, comprendere e condividere con voi tutto ciò che accade intorno a loro.
Sappiate che se li zittite, se li obbligate a stare in silenzio o non date peso alle loro parole, rispondendo a monosillabi o sgridandoli, in breve tempo smetteranno di rivolgersi a voi. E inizieranno così a preferire degli spazi di solitudine, nascondendosi dietro una porta chiusa che non vorranno lasciarvi oltrepassare.

Le punizioni
Sono molti i genitori che confondono l’educazione con la punizione, la proibizione, un autoritarismo severo e rigido in cui c’è spazio solo per i comandi e in cui ogni errore viene castigato. Questo tipo di metodo educativo causa soltanto una mancanza di autostima nel bambino, che svilupperà una grande insicurezza e, allo stesso tempo, romperà il vincolo emotivo con voi.
Se castighiamo, non stiamo insegnando. Se ci limitiamo a far notare al bambino tutto ciò che fa male, non saprà mai come farlo bene. Non gli stiamo dando mezzi né strategie, ma lo stiamo semplicemente umiliando. E tutto ciò genererà in lui rabbia, rancore e insicurezza. Quindi evitatelo, sempre.

Paragoni ed etichette
Poche cose possono arrivare a essere più frustranti dei paragoni tra un fratello e l’altro, o tra un bambino e un suo compagno di classe, per fargli notare i suoi errori, la sua mancanza di iniziativa, le qualità che non ha. A volte, un errore commesso da molti genitori è quello di parlare dei figli ad alta voce tra di loro, come se loro non potessero ascoltarli.
“Che cosa ci vuoi fare, mio figlio non è sveglio come il tuo, è lento, ci mette una vita…”. Commenti di questo genere sono dolorosi e generano un sentimento negativo che non solo svilupperà dell’odio verso i genitori, ma anche un sentimento interiore di inferiorità.

Urlare invece di argomentare
Non stiamo parlando di maltrattamenti fisici, perché diamo per scontato che sappiate bene che non c’è modo peggiore per rompere il vincolo emotivo con un bambino di questo gesto imperdonabile.
Ma dobbiamo essere coscienti che esistono anche altri modi di maltrattare un bambino, altrettanto distruttivi, come quello psicologico. Quest’ultimo, infatti, si ripercuote direttamente sulla personalità del bambino, la sua concezione di sé e la sicurezza in se stesso.
Ci sono genitori che non sembrano conoscere altri modi di rivolgersi ai propri figli, se non gli urli. Alzare la voce senza un vero motivo provoca nel bambino uno stato di eccitazione e stress continuo.
Il bambino non saprà quale rimprovero conta davvero e quale no, non capirà quando sta facendo una cosa giusta e quando sbagliata. I contini urli innervosiscono e fanno male, perché non permettono il dialogo, solo gli ordini e i rimproveri.
Se guardiamo il mondo con gli occhi di un bambino di 1 anno, 5 anni, o 13 anni allora possiamo meglio comprendere il loro comportamento, poiché è dettato dalla loro visione del mondo in quella particolare fase del loro sviluppo.

Dr.ssa Ana Maria Sepe – Psicologa e psicoterapeuta (tratto da “Psicoadvisor”)

IL SEGRETO È LA PASSIONE

Ti proponiamo questo breve testo attribuito al pediatra Donald Winnicott. Non siamo certi dell’attribuzione, ma il concetto è significativo: in educazione non basta “fare qualcosa”, quel che conta è farlo con gioia, amore e passione.

 

“Il bambino non vuole che gli si diano da mangiare le cose giuste al momento giusto, ma vuole essere nutrito da una persona felice di nutrire il suo bambino.
Il bambino accetta come cose naturali che i suoi pannolini siano morbidi e che l’acqua del bagno sia alla giusta temperatura. Quello che non può dare per scontato è che la madre provi piacere a vestirlo e fargli il bagnetto.
Se voi siete felici di fare queste cose, anche il bambino sarà felice; per lui sarà come quando splende il sole. Se la madre non prova piacere nel fare queste cose, l’intero processo diventa privo di vita, inutile e meccanico.

In altre parole, quando il rapporto tra madre e figlio è cominciato e si sviluppa in modo naturale, non c’è nessun bisogno di ricorrere a tecniche speciali per nutrire il bambino, di pesarlo e di sottoporlo ad ogni genere di esami, la madre e il bambino sanno che cosa è giusto fare molto meglio di qualunque osservatore esterno.

In questa situazione un bambino succhierà la giusta quantità di latte alla giusta velocità e saprà quando fermarsi. In questo caso il processo di digestione e di secrezione non ha bisogno di essere osservato da estranei. Tutte le funzioni fisiologiche si svolgono normalmente perché la relazione affettiva si sviluppa normalmente.
Dirò di più: in queste circostanze una madre può imparare da suo figlio molte cose sui bambini, così come il bambino impara molte cose da sua madre”.

Presumibilmente Donald Winnicott
https://portalebambini.it/il-segreto-e-la-passione

QUANDO ERAVAMO PICCOLI ABBIAMO ASSORBITO COME UNA SPUGNA I COMPORTAMENTI DEI NOSTRI CARI

Affrontare le diverse situazioni che la vita ci pone davanti, richiede padronanza nella gestione delle emozioni affinchè non ci prendano alla sprovvista e non ci facciano perdere il controllo. Ansia, bassa autostima, sensi colpa, insicurezza, rabbia incontrollata… sono tutti esempi di difficoltà nella gestione delle emozioni.

 

Non possiamo imparare a scrivere correttamente se non ci viene prima insegnato.

Certo, la matematica e la grammatica, per esempio, non sono materie che il bambino può imparare spontaneamente; vi è ovviamente l’insegnamento di un adulto a fronte di tutto ciò. Ma i bambini non apprendono solo le materie scolastiche.

Le emozioni che i bambini sperimentano non sono qualcosa che hanno imparato dai libri; i piccoli apprendono ogni emozione attraverso l’interazione quotidiana con le persone che li circondano.

Ricorda, i bambini assorbono come una spugna tutto ciò che proviene dalle persone importanti che hanno intorno; dai genitori, dai parenti, dagli amici, dai vicini…. Assorbono tutto quello che vivono: parole, atteggiamenti, comportamenti, espressioni.

I bambini, più che dalle parole, imparano dal modo di vivere e comportarsi degli adulti.

Se un genitore non riesce a controllare la rabbia, il bambino imparerà che la rabbia non si può controllare; se i genitori sono ansiosi, il bambino imparerà che il mondo è un posto pieno di pericoli, di cui bisogna aver paura.

Il nostro comportamento vale più di mille discorsi.

Non ha senso dire a tuo figlio che deve essere ordinato, se sei tu per prima a tenere la casa in disordine; non puoi pretendere di avere un figlio meno rabbioso, se tu per prima ti esprimi con il prossimo con una certa aggressività. Non puoi chiedere a tuo figlio di non essere triste per il nonno che non c’è più, se ti vede piangere.

Cosa stai insegnando a tuo figlio?

Magari tu soffri d’ansia, soffri di bassa autostima, hai paura delle malattie, non sopporti tuo marito (tua moglie); ti esprimi con toni impropri nei confronti delle persone, non curante che tuo figlio sia proprio lì accanto a te; la classica frase:” tanto è piccolo per capire”.

Niente di più sbagliato, come già ti ho spiegato, i bambini assorbono tutto come una spugna. Tuo figlio modella la sua personalità attraverso i tuoi comportamenti, i tuoi pensieri, le convinzioni tu ha hai sugli altri e sulla vita in generale. Se pensi che il padre non faccia mai niente di giusto; tuo figlio si convincerà che il padre è un buono a nulla.

Se esprimi ansia nelle situazioni che incontri lungo il tuo cammino, tuo figlio sperimenterà ansia, paura in tutte le circostanze che richiedono un minimo di stress: primo giorno a scuola, esami, colloquio di lavoro. Giusto per rendere il concetto: se il piccolo si dispera perchè non vuole andare a scuola, sappi che la sua non è una semplice ribellione, potrebbe essere ansia.

Se esprimi rabbia a una minima circostanza, per esempio con chi ti sorpassa, chi ti passa davanti alla fila, chi ti ha urtato l’auto, è molto probabile che tuo figlio a sua volta, reagirà con rabbia incontrollata di fronte a quelle che vede come ingiustizie.

In ogni circostanza, buona o cattiva che sia, stai dando una lezione a tuo figlio; se esterni emozioni negative, gli stai insegnando che la vita è brutta e fatta di ingiustizie, questo avviene perché un bambino amplifica tutto in maniera considerevole. Da adulto, se estroverso, esprimerà rabbia anche nelle minime cose o al minimo intoppo; se introverso, esprimerà impotenza, frustrazione e senso di non valere.

Oltre a insegnare al tuo piccolo a parlare e a camminare, insegnagli a prendersi cura delle sue emozioni.

Se hai bene in mente questo concetto e cioè che tuo figlio impara dall’adulto che ha davanti, di sicuro ti sforzerai di essere sempre più consapevole dei tuoi atteggiamenti.

Se tratti tuo figlio con rispetto fin da piccolo e gli insegni che gli altri meritano rispetto, se lo educhi con amore, se esprimi disappunto per certi suoi comportamenti sbagliati senza denigrarlo, se soddisfi i suoi bisogni emotivi, tuo figlio crescerà più sicuro, più assertivo e avranno meno probabilità di essere influenzato dal cattivo comportamento degli altri.

Pertanto, anche se è importante che ti preoccupi delle amicizie che frequenta, è anche essenziale che metti in pratica un stile genitoriale marcato da amore e rispetto. Ricorda la famosa frase di Pitagora: “Educate i bambini e non sarà necessario punire gli uomini.”

Le più belle lezioni che tu possa dare a tuo figlio.

In sintesi, se agirai con rispetto di fronte agli eventi, lui imparerà il senso del rispetto per gli altri e se stesso. Se sarai benevola nei confronti del prossimo, lui imparerà il senso del dono. Se ti sforzerai di vedere il bello della vita, lui amerà la vita. Se farai le cose con amore, lui imparerà ad amare …

Ana Maria Sepe
https://psicoadvisor.com/author/annamariasepe

I BAMBINI CATTIVI? NON ESISTONO PIÙ!

Anche raccontando una storia si può capire quali sono le reali motivazioni dei capricci, mettiamo da parte gli inutili moralismi e cerchiamo di comprendere i nostri bambini.

 

Spesso i capricci, le urla, egoismi e malumori portano ad una frettolosa quanto errata etichettatura del bambino come “cattivo” generando spesso una considerazione del fanciullo che se finisce nelle mani “sbagliate” dei suoi coetanei, amichetti, può rivelarsi un precedente che è difficile scrollarsi di dosso.

Spesso alcuni bambini “vengono messi in mezzo”, fungono da “capro espiatorio” nel gruppo affinché gli adulti possano additarli come i soggetti che i figli non dovrebbero mai imitare, come coloro che: “Vedi quel bambino come è cattivo” oppure “Come è maleducato. Ma i genitori non lo vedono?” spostando l’attenzione e dando un giudizio basandosi solo su ciò che è il comportamento del bambino in una determinata situazione, senza pensare a cosa possa esserci sotto.

Sono più di uno spesso i comportamenti di un bambino che risultano difficili da decifrare, a prima vista incomprensibili. Non è facile capire perché si rifiutino di rispettare le regole, sembrano insofferenti a qualunque limitazione e passino repentinamente dalla timidezza assoluta all’arroganza più eclatante. Allo stesso modo è difficile capire come mai alcuni bambini riescano, più di altri ad inserirsi facilmente in qualsiasi gruppo mentre altri rimangono sistematicamente ai margini dello stesso.

Risulta necessario, a questo proposito, cambiare prospettiva, porsi nel punto di vista del bambino, è proprio su questa “cecità” o incapacità dell’adulto che spesso gli educatori “cadono”, incorrendo in una serie di sviste che possono far diventare difficili anche le cose più elementari.

I consigli da dare agli adulti vanno quindi in questa direzione, cercando di capire che i malumori, i pianti e le impuntature spesso sono frutto di paure, ansie, gelosie. Solo attraverso una visione più approfondita, generale e “infantile” si può comprendere cosa si nasconde dietro le proteste apparentemente inspiegabili dei bambini, bambini che altrettanto spesso e con estrema facilità passano da una complicità estrema ad una rivalità assoluta con gli adulti, mostrando in alcuni casi addirittura rancore nei loro confronti. Bisogna tenere conto che essi non hanno quelle strutture mentali che gli adulti hanno costruito in anni ed anni di esperienza, pertanto è necessario ricordare che un bambino è una struttura di personalità “semplice” e come tale va considerata, fornendogli tutti quesgli strumenti che non ha per capirsi e farsi capire.

Pasquale Saviano – Psicologo/Psicoterapeuta

I FIGLI IMPARANO DAL NOSTRO COMPORTAMENTO, NON DALLE NOSTRE REGOLE

La famiglia è il nucleo fondamentale della società, ma è soprattutto il punto di partenza indispensabile per lo sviluppo emotivo di una persona. Avere una famiglia salda equivale ad acquisire fondamenta salde, fondamentali per affrontare di petto le inevitabili intemperie della vita.

 

È felice, che sia re o contadino, colui che trova pace in casa sua. (Goethe)

Non basta creare una famiglia, bisogna avere la forza e la pazienza di “essere” una famiglia. Non basta una ristretta o meno cerchi di persone con lo stesso sangue, occorre avere la capacità di mantenerlo stretto questo rapporto.

Tutte le famiglie felici si somigliano: ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo (Lev Tolstoj)

Non esistono le famiglie da copertina o le classiche famiglie del “Mulino Bianco”. Ogni famiglia ha le sue difficoltà e le sue incomprensioni. E’ alla base di ogni rapporto umano avere delle controversie, e nelle famiglie questo succede ancora più frequentemente.

Nella famiglia si è semplicemente se stessi, senza maschere sociali, senza bisogno di apparire. Proprio per questo gli scontri sono più frequenti. Non si ha paura di esternare i propri difetti, anzi, generalmente, sono proprio quelli a farla da padrone. Spesso si nasce e si cresce in famiglie con punti di vista completamente diversi dai propri. La cosidetta “pecora nera” quella con carattere e modi di vedere la vita differenti da quelli in cui si è cresciuti.

Quando non si minaccia, ma si ragioni, quando non si ha paura ma ci si vuole bene, quando Dio è il padrone di casa, allora nasce la famiglia. (Bosco)

Il segreto per “essere” una vera famiglia non è andare sempre d’accordo e neppure avere lo stesso punto di vista. Il vero segreto è crescere insieme nel rispetto dell’altro e della sua diversità. Una famiglia felice è una famiglia in cui c’è tanto amore, e amare significa ricordare che esiste qualcosa di più forte delle incomprensioni.

I figli seguono il nostro esempio, non le nostre parole.

Un bambino guarderà sempre il tuo comportamento e da lì imparerà più di tutto. Non serve inculcare mille regole per avere un bravo figlio. Basta essere un buon modello. Crescendo osserverà come ti destreggi nella vita e farà propri col tempo questi schemi di comportamento. Un buon genitore è innanzitutto un buon maestro che insegna al proprio figlio attraverso le dimostrazioni.

Solo allora un bambino accetterà per vere le parole che gli dici.
L’esempio è la prima fonte di apprendimento. Sempre!

Elena Tucci
https://www.curiositadallarete.it/2019/11/19/non-esistono-famiglie-perfette-esistono-famiglie-unite

PERCHÉ LE PUNIZIONI NON FUNZIONANO

C’è una differenza abissale tra l’acquisire l’autodisciplina attraverso l’identificazione con le persone che si ammirano, ed essere irreggimentati a forza, o addirittura con la violenza.

 

Imporre la disciplina ai bambini tende a essere controproducente, se non addirittura nocivo ai fini che il genitore si propone.
Quanto ai castighi, può darsi che trattengano il bambino dal fare quello che non dovrebbe, ma non gli insegnano l’autodisciplina; per fare questo esistono metodi certamente più efficaci.
Il genitore che, lasciandosi trasportare dalle emozioni suscitate in lui dalla cattiva condotta del figlio, lo punisce, ci penserebbe due volte a farlo e non si sentirebbe più dalla parte della ragione, se invece di camuffare il suo gesto da metodo educativo, ammettesse con se stesso di essersi lasciato trascinare dall’emozione. In caso contrario, riuscirà forse a ingannare se stesso, ma non il figlio.
Quello che i bambini imparano dalle punizioni è che forza e diritto coincidono, quando saranno abbastanza grandi e forti, cercheranno di rifarsi; perciò tanti bambini “puniscono” i loro genitori comportandosi in un modo che sanno li addolora.

[…]

Qualsiasi punizione, fisica o psicologica, ci pone contro la persona che l’ha inflitta. E a questo proposito non dobbiamo dimenticare che le ferite psicologiche possono fare più male e durare più a lungo di un dolore fisico. […]
In genere si impara in fretta a evitare le situazioni che ci mettono in condizione di venire puniti: in questo senso si può dire che le punizioni siano efficaci. Tuttavia, come insegna la storia della criminalità, esse non costituiscono un deterrente adeguato per chi ritiene di poterla fare franca; cioè, il bambino che prima agiva apertamente, ora imparerà a fare le cose di nascosto, e più severamente verrà punito, più diventerà subdolo.

[…]

È molto meglio dire a nostro figlio che siamo sicuri che non si sarebbe comportato male se avesse saputo che era male comportarsi così. Il che, tra l’altro, il più delle volte corrisponde a verità; […]
Se facciamo capire al bambino che, pur disapprovando quello che ha fatto o proibendo quello che vorrebbe fare, siamo certi che non intendeva fare nulla di male, la nostra disponibilità susciterà in lui un’analoga disponibilità a darci ascolto. E anche se le nostre obiezioni non gli fanno piacere, gli farà piacere continuare a meritare la nostra stima, tanto da essere disposto a rinunciare a qualcosa che voleva fare.

Bruno Bettelheim
https://portalebambini.it/perche-le-punizioni-non-funzionano

 

HAI DECISO DI LASCIAR PIANGERE IL TUO BAMBINO? ECCO COSA SUCCEDE NEL SUO CORPO.

Molti genitori credono che sia utile lasciar piangere il proprio bambino. Secondo un’opinione molto diffusa pochi minuti di lacrime non faranno male al piccolo, anzi lo aiuteranno a ritrovare da solo calma e sonno.

 

Così, la tecnica di “attesa progressiva” (conosciuta anche come “metodo 5-10-15”) sviluppata dal dottor Richard Ferber, neurologo e pediatra dell’Università di Harvard e presso l’ospedale pediatrico di Boston, è ancora utilizzata oggi dai genitori di tutto il mondo.

Tuttavia, quasi nessuno sa davvero cosa succede nei bambini quando continuano a piangere. Le conseguenze fisiche e psicologiche potrebbero influenzarli per tutta la vita. Quando un bambino piange senza essere rassicurato dai genitori, il suo livello di stress aumenta. Con le sue grida vuol comunicare qualcosa: forse ha fame, avverte dei dolori o semplicemente ha bisogno di compagnia. Il bebè dipende totalmente dai genitori e non può occuparsene da solo.

Se il suo appello resta inascoltato, il corpo viene inondato da ormoni dello stress. Col tempo, questo può danneggiare il sistema nervoso centrale. Possono risentirne anche la crescita e la capacità di apprendimento.

In un’intervista a Süddeutsche Zeitung (o SZ, il quotidiano principale della Germania del sud), Karl Heinrich Brisch, primario di medicina psicosomatica presso l’ospedale pediatrico dell’Università di Monaco, spiega che i neonati, quando lasciati piangere dai genitori, “apprendono molto presto ad attivare nel cervello un piano di emergenza, molto simili al riflesso di tanatosi osservato negli animali quando sono in pericolo di vita, che consiste nel simulare la morte”. Il loro sviluppo cerebrale viene colpito e i piccoli imparano ad adattarsi allo stress.

“I bambini hanno paura della morte”

Anche la psicologa Katharina Saalfrank, che deve la sua fama alla trasmissione Super Nanny, parla di “paura della morte”. Per questo motivo, nel 2013, si è espressa a proposito di questo metodo tanto contestato: “I bambini hanno paura della morte, ogni secondo che passa”.

Fabienne Becker-Stoll, direttrice dell’Istituto di Pedagogia infantile della Baviera, ha dichiarato a SZ: “I bambini hanno bisogno di calore fisico su cui poter contare, al fine di soddisfare i loro bisogni psicologici elementari e di far diminuire lo stress. È solo in questo modo che possono costruire un legame saldo con i genitori e poi con le persone intorno a loro”.


Conseguenze psicologiche che si manifestano in età adulta.

I bimbi lasciati piangere possono restare traumatizzati. Il mancato intervento dei genitori significa: “Puoi piangere quanto vuoi, nessuno verrà ad aiutarti”. Questo si traduce spesso in problemi affettivi, che non costituiscono l’unica conseguenza. Potrebbero manifestarsi anche problemi d’insonnia, ansia, problemi di dipendenze e sintomi depressivi.


Lasciar piangere i bambini non ha alcun valore pedagogico.

I genitori che non reagiscono subito ai segnali lanciati dai propri figli non fanno bene a nessuno: né a loro stessi, né al piccolo. Il metodo dell’”attesa progressiva” non ha alcuna validità pedagogica, perché i neonati hanno una percezione del tempo completamente diversa dalla nostra. Non sanno se hanno pianto per cinque o dieci minuti e non sono in grado di trarre conclusioni.

È risaputo che i bambini piangono molto di più quando vengono ignorati. Dei ricercatori britannici hanno dimostrato che i neonati le cui necessità vengono regolarmente soddisfatte, piangono molto meno dei bimbi che ricevono meno attenzioni.


Il segreto del successo: tantissime coccole!

Alcuni studi hanno inoltre dimostrato che il contatto affettuoso e sollecito porta benefici in fase di sviluppo.

Alcuni scienziati dell’Università di Notre-Dame, negli Stati Uniti, hanno riscontrato che i soggetti che sono stati più accuditi e coccolati durante i primi mesi di vita, senza essere lasciati soli per molto tempo, se la sono cavata molto meglio in età adulta.

Questi adulti, tra i 600 sottoposti al test, godevano di salute migliore, avevano meno tendenze depressive, erano dotati di una maggiore capacità di empatia ed erano sensibilmente più produttivi rispetto a chi aveva ricevuto meno attenzioni durante l’infanzia.

Il miglior consiglio per i genitori? Ascoltate il vostro istinto. Rispondere alle grida e al pianto dei propri figli è una reazione perfettamente naturale. Pertanto, è logico pensare che si tratti anche della reazione più giusta.

Gina Louisa Metzler
https://www.huffingtonpost.it/

 

IL PENSIERO CREATIVO A SCUOLA

Per l’essere umano la creatività rappresenta una capacità importantissima per affrontare le sfide della vita. Avere la possibilità di porsi nei confronti del problema con un’ottica ed un approccio diverso permettono senz’altro di vivere più serenamente e spingersi oltre le normali abitudini.

 

Essere flessibili permette a chiunque di affacciarsi agli scenari che giorno dopo giorno ci si trova ad affrontare. Per tanto la scuola oggi dovrebbe favorire lo sviluppo di abilità come la creatività e la flessibilità fin dai primi approcci dei bambini al mondo dell’istruzione, permettendo loro di incentivare quelle capacità di problem solving e capacità di mettersi in gioco che gli serviranno da adulti. Spesso purtroppo ci si trova di fronte ad un impoverimento di idee da parte degli studenti o a commenti oltremodo banali, il tutto legato ad un conformismo che traspare dai loro comportamenti.
Le capacità creative una persona ed in questo caso di un alunno permettono di affrontare in modo più proficuo le situazioni personali e collettive difficili ma anche le critiche facendole diventare opportunità di miglioramento e di crescita. Non solo, sollecitare la creatività negli alunni permette loro di sviluppare sensibilità, pensieri ed atteggiamenti meno conformisti e più personali. Spazi o momenti per favorire la creatività a scuola permettono di sviluppare e coltivare una personalità positiva e generativa perché contribuiscono allo “stare insieme” in classe.
L’impegno della scuola deve andare nella direzione di promozione di un clima che inviti ad essere creativi, pertanto docenti e discendenti devono assumere coerentemente atteggiamenti creativi. Il sistema scolastico per sua natura non sempre permette agli insegnanti di essere flessibili, così molti alunni non vengono sollecitati nel manifestare determinati comportamenti. Di conseguenza essi manifestano irrequietezza che nasce soprattutto dalla curiosità e dall’impulsività e ciò provoca disturbo alla lezione. Se a ciò si aggiunge che spesso si premia la risposta “giusta” e si penalizza quella “sbagliata”, ci troveremo di fronte a bambini che poco o per nulla riusciranno a manifestare idee originali soluzioni poco ortodosse rispetto alle prove che dovranno affrontare, proprio nel timore di non soddisfare le aspettative del docente.
La tendenza a non “correre rischi” penalizza anche la creatività. Dovrebbe essere premiato lo sforzo creativo, immaginativo dell’alunno affinché egli si focalizzi su qualcosa di più personale, generando idee che possano condurre alla soluzione.
Per favorire lo sviluppo della creatività negli alunni è necessario metterli nelle condizioni di proporre idee insolite, stravaganti, mettendosi in gioco in un modo diverso nell’affrontare le prove a scuola affinché si rendano conto che in taluni casi possono permettersi di utilizzare una certa audacia, fantasia, intraprendenza, originalità.
È necessario che i docenti individuino delle proposte di lavoro scolastico che riescano a stimolare quelle operazioni mentali che stanno alla base della creatività. Ad esempio compiti con forte componente artistica o compiti liberi. Attività che permettano all’alunno di uscire dal quadro concettuale che si utilizza normalmente rompendo i vincoli che guidano sistematicamente il nostro modo di pensare, ampliando la prospettiva mentale che caratterizza ognuno di noi, dando libero sfogo alla fantasia.
Attività che apparentemente sembrano non collegate se messe in correlazione possono favorire la creatività poiché fare associazioni tra aspetti della realtà che solitamente non risultano associati favorisce lo sviluppo di un pensiero creativo perché permette di collegare tra loro cose lontane e diverse in modi non consueti.
Infine cambiare punto di vista, cioè riorganizzare il nostro modo di vedere rispetto a come siamo soliti fare spontaneamente può portare ad un capovolgimento di prospettiva che favorisce vie di esplorazione verso modalità di approccio creative.
In conclusione possiamo dire che la creatività rappresenta un atteggiamento generale che può nascere dietro sollecitazione con attività strutturate ad hoc ma che va costantemente supportato e alimentato modificando e costituendo opportunità sempre nuove. Deve diventare un mood cognitivo che il bambino possa adottare di sua spontanea volontà quando colga l’opportunità di farlo.

Dott. Pasquale Saviano – Psicologo e Psicoterapeuta

 

HO BISOGNO DI ESSERE VISTA

“Lucia è nell’altalena, ha imparato a spingersi da sola e sta andando in alto. Grida alla mamma: <Guardami, mamma!>” Nessun genitore, in genere, ha bisogno di essere incoraggiato a guardare, lo facciamo tutti! La trappola in cui però cadiamo è che spesso diamo ai figli qualcosa di diverso da ciò che desiderano.

 

Trappole comuni
1)
La mamma di Lucia elogia la piccola dicendo: “Che brava! Stai andando benissimo.”
La mamma lo ha detto per amore, ma così ha collegato “l’essere” di Lucia con il risultato da lei ottenuto. In questo momento stanno parlando 2 lingue diverse. Lucia non ha mai pensato che dovesse dimostrarsi brava per divertirsi nell’altalena. Lei sta vivendo un’esperienza e quando dice “Guardami!” chiede solo che le vangano confermate la sua esistenza e la sua esperienza. Niente più.

2)
La mamma di Lucia esprime il suo amore concentrandosi su se stessa: “Fai attenzione a non cadere e a farti male!”

Quest’ansia incessante frena lo sviluppo dell’autostima nella bambina perché il messaggio che riceve è “non mi aspetto che tu che la faccia”. Questo tipo di risposta sposta l’attenzione della bambina dalla propria esperienza e la trasferisce ai sentimenti della madre.
Se la madre è spesso preoccupata la figlia diventerà schiva e ansiosa a sua volta oppure maldestra e facile agli incidenti per portarsi al livello delle aspettative negative della madre.
Lo so ci caschiamo tutti in queste 2 trappole .
Cosa possiamo fare allora per alimentare l’autostima dei nostri figli?

1)
Il più delle volte basta uno sguardo, un cenno di saluto: “Ciao Lucia!”
La madre è stata testimone dell’esperienza della figlia, Lucia sa di essere stata “vista”.

2)
Se la madre volesse dare qualcosa di più potrebbe guardare più da vicino il viso di Lucia e dire una cosa del tipo: “Lucia, sembra davvero divertente”!

Stefania Piccini