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Bambini e autostima

AUTOSTIMA IN 7 REGOLE: ECCO COME CRESCERE BAMBINI SICURI

Dargli obiettivi realistici, complimentarsi per i successi, criticarlo ma in modo costruttivo, credere in lui, aiutarlo al momento giusto, fare il tifo per lui e fargli coltivare i suoi talenti.

 

Sono questi i 7 consigli del pedagogo francese Bruno Hourst per crescere figli capaci di affrontare le avversità della vita.

La stima di sé è l’arma fondamentale per riuscire nella vita e si costruisce principalmente durante l’infanzia.

Parola dello psicologo e pedagogo francese Bruno Hourst, secondo il quale è proprio la mancanza di autostima il maggior freno allo sviluppo e all’espressione delle proprie capacità.

Aiutato dai genitori, dunque, un bambino può crescere sano, forte ma anche ricco di resilienza non solo nel fisico ma anche nello spirito. Ma come possono i genitori aiutarlo a crescere consapevole di se e del proprio valore? Insomma, come motivare i bambini tutti i giorni?

Sotto trovate 7 semplici regole da applicare nella vita di tutti i giorni, oltre ai consigli sull’importanza di incoraggiare i bambini a dire quello che pensano, rafforzare la memoria del successo e il senso di invisibilità.
7 regole per rafforzare l’autostima di tuo figlio, coltivare la memoria del successo, combattere il senso di invisibilità.

La 7 regole per coltivare l’autostima di tuo figlio

1 ) Per evitare che si scoraggi, se l’obiettivo è impegnativo si può aiutare il bambino a tagliare il traguardo attraverso alcune tappe. Se, ad esempio, ha 4 in matematica, è irrealistico pretendere un 8 a breve termine. È invece più facile che riesca ad arrivare al 5 la volta successiva, al 6 quella dopo ancora e al 7 alla terza prova per raggiungere l’8 alla quarta.

2 ) Per rafforzare la memoria dei successi (quali che siano: anche un goal alla partita all’oratorio) può essere utile creare un “calendario dei successi”, sul quale annotarne uno ogni settimana perché sia immediatamente visibile.

3 ) Se rompe un piatto apparecchiando, non bisogna aggredirlo immediatamente. Invece, è meglio prima complimentarsi per aver assolto al suo compito, e poi dirgli che “però sarebbe stato meglio se il piatto fosse stato ancora intero”. In generale, funziona molto bene la “regola del sandwich”: un complimento, una critica, un complimento (“Grazie per avermi aiutato, ma non hai ancora sistemato camera tua. Ah, dimenticavo: ancora bravo per l’8 in italiano”).

4 ) Basta una frase: “Ho fiducia in te, ce la farai”. Sembra una banalità, ma il fatto di sapere che qualcuno crede in lui, per il bambino è fondamentale, e lo aiuta ad aver fiducia nelle proprie capacità per affrontare senza paura anche situazioni nuove. Una fiducia che si può rafforzare anche affidandogli qualche responsabilità in casa (adeguata alla sua età, ma senza mettere l’asticella troppo in basso: il “ti piace vincere facile” fa danni).

5 ) Quando lo scoramento prende il sopravvento a causa di una caduta nella strada verso il traguardo, bisogna aiutare il bambino a rialzarsi. Facendogli capire che nella vita un fallimento può sempre capitare, ma che alla lunga gli sforzi vengono comunque ricompensati.

6 ) Il rafforzamento positivo nei confronti del bambino si ottiene anche con piccole cose: “Simpatica la tua maglietta”, “Bella questa pettinatura”, “Il tuo zaino è molto più ordinato di una volta”… Però bisogna evitare di fare l’errore di sovrastimare le sue capacità: dirgli in continuazione “sei un genio”, per esempio, rischia di essere controproducente. Perché, alla prova dei fatti, potrebbe accorgersi di non essere veramente a un livello molto più alto di compagni e amici. E cadere dall’alto di un piedistallo fa più male.

7 ) La buona riuscita a scuola non sempre va di pari passo con le capacità di ciascuno: Einstein (giudicato uno studente mediocre dai suoi professori) ne è l’esempio. Quindi, per preparare un bambino alla vita, è bene fargli coltivare i suoi talenti e le sue passioni, senza pregiudizi: preferite che vostro figlio diventi un ottimo cuoco o un pessimo medico?

Coltivare la memoria del successo

Secondo lo psicologo e pedagogo francese Bruno Hourst, in un articolo pubblicato sul proprio sito, per aiutare i propri figli a diventare degli adulti sicuri di se e del proprio valore bisogna coltivare la “memoria dei successi”: se un bambino si rifiuta di fare qualcosa perché non è certo di riuscire, non saprà mai davvero se invece sarebbe stato in grado di svolgere quel compito.

“Il rifiuto – spiega Hourst – si basa generalmente sulla “memoria dei fallimenti” a cui è andato incontro in passato: il bambino, così come l’adulto, non riesce a immaginare di essere in grado di fare qualcosa perché non si ricorda di essere mai riuscito a fare qualcosa si analogo”.

Ecco allora che bisogna aiutarlo a ricordare i suoi successi, anche i più piccoli, anche quelli che sembrano insignificanti: un bel voto in un compito in classe, per esempio, oppure il fatto di essere riuscito a declamare una poesia davanti a 20 persone, o ancora l’aver imparato ad andare in bicicletta senza rotelle.

Piccole vittorie, senza dubbio, che però possono spingere il bambino a raggiungere traguardi più ambiziosi grazie alla “memoria del successo”.

L’errore comune, rimarca invece il pedagogo, è quello, commesso da molti genitori e insegnanti, “di rimarcare più spesso l’errore rispetto alla buona riuscita, instillando l’idea che il successo è “normale” mentre lo sbaglio è “anormale”. Per di più sostenendo l’idea moralizzatrice che non è bello vantarsi e che bisogna sviluppare la modestia nei bambini. Invece il rifiuto di riconoscere i successi non aiuta né a crescere né a far radicare la fiducia in sé e l’autostima del piccolo”.

Con il rischio, una volta adulto, di sviluppare quella che gli psicologi chiamano “la sindrome dell’impostore”: tutti i propri fallimenti diventano normali, tutti i successi altrui anormali (poiché vengono imputati alla fortuna, all’azzardo, a un intervento esterno…).

Quindi, condensando, la prima regola per Hourst è quella di “ricordare al bambino i successi passati, che diventano il fondamento per quelli futuri”.


Combattere il senso di invisibilità

La “memoria del successo” è importante anche per sconfiggere il senso d’invisibilità che, se è drammatico già per un adulto (basta pensare agli effetti del mobbing), per un bambino è assolutamente devastante.

“In certe occasioni – spiega Hourst – siamo sicuri che potremmo partecipare o apportare il nostro contributo. Ma non esistiamo, nessuno si interessa a quello che potremmo dire, pensare, sentire o fare. È un sentimento comune a molti bambini, a casa o a scuola, allorché pensano (a torto o a ragione) di “non esistere”, di essere “invisibili” per i familiari e gli insegnanti.

In questi momenti è importante aiutarli, con mezzi positivi, a rendersi di nuovo “visibili” a se stessi e agli altri, perché questa “visibilità” psicologica è importante per sviluppare l’autostima e per prevenire comportamenti disturbati o distruttivi, come l’autoesclusione da un gruppo, la violenza su se stessi, sugli altri e sulle cose o l’adesione a gruppi di “cattivi ragazzi” in cerca di visibilità”.

Anche in questo caso, secondo il pedagogo, è utile la “memoria dei successi”: discutendone, si aiuta il bambino a tornare visibile. Ed è utile farlo in forma visibile, magari creando un “calendario dei successi”, o una “scatola dei successi”, che contengano l’indicazione di tutti i traguardi raggiunti.

Concetta Desando, giornalista professionista (tratto da “Nostro figlio”)

 

HOLDING: GLI ABBRACCI CHE CALMANO E GUARISCONO

Oggi vogliamo proporre un metodo efficace e utilizzato in ambito educativo, anche se ancora poco conosciuto dai genitori; stiamo parlando del metodo Holding

 

Di fronte a una crisi del bambino, gli adulti reagiscono nei modi più disparati: chi lo ignora, chi perde il controlla a sua volta e comincia a sbraitare, chi cerca di ragionare e chi utilizza un premio o una punizione come elemento esterno di distrazione.

Oggi vogliamo proporre un metodo efficace e utilizzato in ambito educativo, anche se ancora poco conosciuto dai genitori; stiamo parlando del metodo Holding. Questo metodo ricorre all’abbraccio, un gesto d’affetto universale, che diventa un contenitore per le emozioni del bambino.

Rispetto ad un normale abbraccio, l’abbraccio del metodo holding è un abbraccio contenitivo, che si applica in un momento di forte agitazione psicomotoria del bambino: ad esempio durante una crisi emotiva (rabbia incontrollata, pianti e urla). E’ un abbraccio forzato, inizialmente non corrisposto: sarà l’adulto a dover abbracciare con fermezza il bambino, contenendone le emozioni e lasciando che, attraverso la forza di quell’abbraccio, si possa ritrovare l’equilibrio.


Breve storia del metodo Holding

Inizialmente applicato a bambini affetti da disturbi dello spettro autistico o disturbi pervasivi dello sviluppo, il metodo si delinea negli anni ‘70 come una soluzione efficace ai momenti di alterazione emotiva dei bambini .

Marta Welch, psicoterapeuta che aveva iniziato la sperimentazione, trovò che la tecnica fosse efficace anche con i bambini normodotati e ne estese l’utilizzo anche ai capricci, ai momenti di rabbia e alle altre esternazioni emotive.

Ma qual è l’idea alla base del metodo? La dott. sa Welch si era accorta che, come i neonati hanno bisogno del contatto fisico con la madre, anche i bambini più grandi traevano beneficio da questo contatto, che li rassicurava e rasserenava. E così, provò a sperimentare un “abbraccio forzato” nelle situazioni in cui il bambino perde il controllo, con ottimi risultati.


Per chi vuole utilizzarlo

Come si fa? Il bambino deve essere avvolto dal nostro abbraccio, con dolcezza ma anche con grande fermezza. Se possibile, si dovrebbe guardare il bambino negli occhi. Questa tecnica, partendo dal contenimento fisico di una crisi, diventa un contenimento emotivo. Solitamente, dopo un momento iniziale, la tensione del bambino si scioglie e il nostro abbraccio viene ricambiato.


La principale difficoltà è quella di mantenere la calma e la fermezza del nostro abbraccio, nonostante i calci e gli strepiti dei bambini: infatti, prima che si calmino, potrebbe essere necessario qualche minuto.

Il vantaggio di questo metodo è lo speciale legame affettivo che si instaura con il bambino, che si sentirà compreso e accettato. Rispetto a un rimprovero, l’abbraccio contenitivo non farà sentire in colpa il bambino; al contrario, calmerà le sue paure e la frustrazione ad un livello emozionale, profondo.

L’abbraccio holding va bene con tutti i bambini? In linea di massima sì, però ogni piccolo è un caso a se: se ci dovessimo accorgere che il nostro abbraccio scatena il panico del bambino, sarà meglio ricorrere ad un’altra tecnica. Come sempre, quando si parla di educazione, solo la sensibilità del genitore/educatore può guidarci nella scelta del metodo migliore.

Il metodo è assolutamente sicuro: l’abbraccio, per quanto fermo, non rappresenta in alcun modo una forma di violenza per il bambino e non si corre il rischio di fargli del male; abbracciare, del resto, è il più naturale dei gesti di affetto. Se pensiamo di sperimentarlo in un contesto educativo, può essere utile parlarne prima con le famiglie o con il responsabile dei servizi, onde evitare fraintendimenti: è una tecnica efficace e scientificamente provata, ma spiegare prima che la useremo (e come) eviterà qualsiasi controversia.

Per approfondire questo metodo ti consigliamo la lettura del libro di Martha Welch: L’abbraccio che guarisce. La tecnica corporea dell’holding per eliminare capricci, gelosie, accessi d’ira dei bambini, Red! Edizioni. Non è più disponibile in commercio, ma potrai trovarlo facilmente in biblioteca.

Tratto da “Portale Bambini”

 

SVILUPPO DELL'AUTOSTIMA: COME INFLUISCE LA FAMIGLIA

Lo sviluppo dell’autostima è alimentato (in parte) dalle dinamiche familiari nelle quali siamo cresciuti e siamo stati educati.

 

È un lascito che ci portiamo dietro e talvolta difficile da sanare, soprattutto se abbiamo avuto dei genitori che non hanno mai amato se stessi e che non sono stati capaci di soddisfare i nostri bisogni, sostenerci o consolarci dal profondo del loro cuore.

Non mancano gli psicologi che dicono che per avere successo nella vita occorre avere il magazzino dell’autostima ben riempito. Che lo si voglia o meno, sono pochi i “combustibili” che ci danno tanta determinazione, autostima e senso di competenza. Tuttavia, e questo lo sappiamo bene, spesso viviamo la vita e ci muoviamo nel mondo con livelli di autostima molto bassi, talmente minuscoli che è quasi impossibile azionare il motore che ci fa superare noi stessi.

“Le persone cominciano ad avere successo il minuto in cui decidono di averlo”.
~ Harvey Mackay ~


Proprio come spiega la celebre antropologa culturale Margaret Mead, la famiglia è il primo gruppo sociale nel quale le interazioni che si verificano determinano in buona parte chi siamo. I nostri genitori hanno il dovere e l’obbligo di riempire il nostro magazzino di nutrienti adeguati, di ricche componenti dove non manchi la sicurezza, l’affetto, la considerazione e quell’impulso vitale capace di spingerci a camminare nel mondo sentendoci preziosi e importanti.

Tuttavia, nel duro cammino dello sviluppo della autostima, non contiamo sempre su detto combustibile. Questo ci spinge inevitabilmente a intraprendere un cammino di auto-ricerca e, soprattutto, di riparazione di questa infanzia nella quale ci sono mancate troppe cose.


Lo sviluppo dell’autostima e la sintonia con i nostri genitori

Lo sviluppo dell’autostima ha inizio nell’infanzia. Questo vuol dire forse che è determinato solo dalle esperienze previe accadute nella nostra infanzia e prima giovinezza? Bene, in psicologia, come in gran parte delle scienze, la parola “determinismo” è pericolosa e presenta delle sfumature profonde.

In materia psicologica, tutto quello che è successo nell’infanzia influisce molto su di noi, ma non ci determina. In altre parole, sappiamo che l’essere umano, e in particolare il cervello, è dotato di immensa plasticità e capacità di superamento. Questo ci obbliga ancora una volta a concentrarci sulla grande importanza dell’educazione che si riceve e sulla qualità delle interazioni con chi ci accudisce e fornisce non solo alimenti e sostentamento, ma anche un lascito emotivo ed educativo.
Per approfondire queste tematiche, è sempre interessante leggere il Dottor Ed. Tronick, esperto di sviluppo infantile e professore di pediatria alla Harvard University. Un dato interessante che ci rivela questo psicologo è che, per favorire un corretto sviluppo dell’autostima e fornire un buon sostegno ai bambini, è necessario essere emotivamente sintonizzati con loro. In molti dei suoi lavori, tuttavia, ha potuto dimostrare che il 40% delle volte persino i bravi genitori non riescono a entrare in sintonia con i propri figli.

Molto probabilmente questo dato ci sembrerà allarmante e persino drammatico. Tuttavia, il dottor Tronick ci invita a una riflessione. Il motivo per cui molti genitori non entrano in totale connessione con i bisogni emotivi dei propri figli è perché non lo fanno neanche con loro stessi.

Un genitore carico di stress, resistenze e nodi emotivi irrisolti invierà una serie di codici, schemi incoscienti e linguaggi al bambino, il quale li assorbirà per farli propri. Senza parlare, inoltre, della chiara difficoltà a erigere nei piccoli una buona autostima, se nei genitori stessi non vi sono solide fondamenta, radici profonde con le quali dare l’esempio, con le quali guidare con prontezza e sicurezza.


La famiglia influisce, ma decidiamo noi

Lo sviluppo dell’autostima nel corso dell’infanzia si vede influenzato soprattutto da tre fattori: l’aspetto fisico, il comportamento e il rendimento accademico. Il modo in cui i nostri genitori si pongono verso queste tre dimensioni può incoraggiarci ad accrescere la nostra sicurezza e fiducia o, al contrario, può collocarci nella conchiglia dell’impotenza, della solitudine e della paura.

“La peggior solitudine è non essere a proprio agio con te stesso”,
~ Mark Twain ~


L’aspetto più complesso è che, ai giorni d’oggi, continuiamo a vedere molti genitori immaturi e inconsapevoli in termini di attenzione nei confronti del proprio linguaggio e modo di comunicare. È sufficiente ascoltare le loro conversazioni davanti alla soglia delle scuole per captare quanto, senza rendersene conto, strappino una dopo l’altra le ali dell’autostima dei loro figli.

L’uso di paragoni, di affermazioni assolute (sei negato in matematica, non sarai mai promosso…) o l’incapacità di vedere problemi emotivi nascosti si verificano spesso e inducono le nuove generazioni a commettere lo stesso problema dei loro genitori: la mancanza di autostima.

La famiglia influisce sullo sviluppo dell’autostima di una persona, lo sappiamo, ma quanto successo in passato non ha alcun motivo di determinare tutta la vita. Sta a noi smettere di farci del male, perché non abbiamo il combustibile pieno di forza personale. Nel nostro orizzonte c’è la possibilità di riparare un’infanzia di mancanze per raggiungere la giusta maturità.

È necessario imparare a bastare a noi stessi, a compensarci da soli, a smettere di cercare all’esterno ciò che possiamo e dobbiamo essere in grado di offrirci in prima persona. Sull’autostima si lavora giorno dopo giorno, richiede dei cambiamenti, ci chiede di essere coraggiosi e, prima di ogni altra cosa, di avere una grande dose di amor proprio. In qualsiasi modo si sia svolto il nostro passato, siamo sempre in tempo ad apportare dei cambiamenti, a investire sulla nostra autostima.

Tratto da “La mente è meravigliosa”

 

GENITORI CHE MANIPOLANO I FIGLI: DIPENDENZA AFFETTIVA IN FAMIGLIA

Il legame affettivo tra genitore e figlio è l’amore primigenio, costituisce per tutti la forma primaria d’amore e si struttura come matrice delle esperienze sentimentali successive.

L’amore genitoriale e quello filiale hanno la caratteristica, unica nella vita di ogni essere umano, di realizzarsi tra individui che non si sono scelti l’un l’altro: il genitore ha (quasi sempre) deciso di concepire, e inevitabilmente ripone nel nascituro un qualche ideale e molte aspettative; il figlio o la figlia, invece, nascono e basta. Ovviamente, non hanno designato il loro oggetto d’amore e molti figli impiegheranno una vita ad accettare i propri genitori per quello che sono.

Allo stesso tempo, la capacità genitoriale che presuppone la capacità di amare incondizionatamente un bambino, di fornirgli le cure, la protezione e l’affetto necessari perché cresca come un adulto sano ed autonomo, non è una proprietà genetica, ma il frutto di equilibrio e consapevolezza dei padri e delle madri.

È diffusa una rappresentazione didascalica dei ruoli di padre e di madre che, come ogni stereotipo sociale, rasenta appena la realtà. Quella dei genitori uniti, dei genitori intrinsecamente capaci di prendersi cura e di crescere i figli.

La favola della “sacra famiglia”, invece, cede spesso all’esame di realtà. Coppie stanche, nevrotiche, divise, a volte sfibrate sin dall’origine, possono, senza dirselo e ancor meno saperlo, generare un figlio con l’intento maldestro di ridarsi un senso e stabilire, causa maternità/paternità, una tregua all’infelicità coniugale. E questa è probabilmente la radice della manipolazione affettiva dei genitori verso i figli.

Per esempio, il genitore manipolatore utilizza, per lo più inconsciamente, il bambino per avvantaggiarsi dell’affetto del coniuge, o per controllarlo. In altri casi, il bambino viene egoisticamente investito dal ruolo insostenibile di soddisfare i bisogni affettivi del genitore, di compensare la sua infelicità coniugale e/o esistenziale.

O, ancora, il figlio può essere utilizzato come “banca genetica” e sottoposto a pressioni affinché riproduca e conservi l’identità della “famiglia”, riproduca –magari in forma migliorata, compensando i “sogni mancati” della madre o del padre- il percorso dei genitori: dovrà fare lo stesso lavoro e dovrà comportarsi nello stesso modo dei genitori. Pena il silenzio, la punizione e il ricatto affettivo.

Burattini emotivi.

Così i bambini cullati nelle maglie del ricatto affettivo rischiano di trasformarsi in burattini emotivi designati a intrattenere per tutta l’infanzia lo spettacolo dei figli perfetti o dei figli problematici per compiacere genitori manipolatori, per conseguire il loro plauso nell’inconsapevole teatrino familiare. Sino alle svolte dell’adolescenza e dell’età adulta, dove questa crudele imposizione di ruolo potrebbe crollare disastrosamente e provocare lutti, conflitti e sintomi dilanianti, come succede, a volte anche più precocemente, nelle famiglie dove uno o entrambi i genitori manipolano i figli.

Quando un figlio nasce sotto la cattiva stella di una coppia irrisolta, purtroppo non tarderà a restituire ai genitori il peso della responsabilità inaccettabile di cui lo hanno gravato.

Ci sarà un momento nel suo ciclo di vita – l’infanzia, l’adolescenza o la prima età adulta- in cui il figlio sentirà la necessità di sottrarsi alla disfunzionalità affettiva di cui, egoisticamente anche se inconsapevolmente, è stato oggetto sin dal concepimento.

Il tentativo di svincolo può realizzarsi in diversi modi: per contestazione/conflitto, per auto-annullamento/resa o attraverso sintomi dello spettro psicopatologico come ansia, depressione e psicosi.

Contestazione/conflitto: tradire le aspettative dei genitori, fallire, deviare, anche gravemente, dai codici familiari (abuso di sostanze, comportamenti pericolosi e autolesivi, stile di vita promiscuo, ecc.)

Auto-annullamento/resa (per lo più asintomatica): manifestare di continuo il bisogno di approvazione dai genitori, uniformarsi passivamente alle attese familiari e riprodurre, nella propria vita, coppie e matrimoni infelici;

Sintomi: depressione, ansia, attacchi di panico, fobia sociale, inadeguatezza sociale, immaturità affettiva, solitudine, dipendenza affettiva.

Ognuna di queste condizioni si presenta associata alla dipendenza e alla manipolazione affettiva di almeno un genitore verso il figlio, ovvero una eccessiva e “storica” focalizzazione sul figlio correlata all’insoddisfazione grave relativa alla vita personale o di coppia.
In generale, i fattori di rischio di questa forma di manipolazione genitore-figlio,, spesso mascherata da “migliori intenzioni” o da “io so cosa è meglio per mio figlio”, si evidenziano nell’eccessivo controllo e nell’apprensione abnorme per le qualunque manifestazione di autonomia del figlio, vissuto non come individuo a sé, autonomo e capace, ma come fragile e inadeguata promanazione della madre e/o del padre.

Nella pratica psicoterapeutica non è raro incontrare bambini, adolescenti e giovani inviati dai genitori perché sofferenti, a volte drammaticamente sofferenti. E’ invece meno frequente stabilire un contatto davvero autentico e collaborativo con la coppia genitoriale. Quanto più la dipendenza affettiva verso il figlio o la figlia è strutturata, tanto meno sarà agevole coinvolgere la famiglia nel processo terapeutico. A volte, il rifiuto sarà netto, altre volte velato.

Nel caso di figli maggiorenni e relativamente autonomi, il terapeuta può certamente intervenire e incoraggiarli a dipanare pian piano i guinzagli emotivi che vincolano il loro sviluppo come adulti.

Nel caso di bambini e adolescenti, invece, il groviglio è più intricato perché implica la partecipazione della coppia genitoriale alla terapia e necessita giocoforza di una riflessione sulla funzionalità coniugale, sulla situazione attuale e sulla storia matrimoniale. Argomenti da cui i genitori manipolatori rifuggono quando, a qualche livello, avvertono che trattarli potrebbe modificare il precario equilibrio dipendente su cui, seppure inconsciamente, hanno fondato la coppia prima e la famiglia poi.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy, Psicologo – Psicoterapeuta (tratto da “Psicoadvisor”)

I BAMBINI CHE PASSANO TANTO TEMPO CON PAPÀ? DIVENTANO PIÙ INTELLIGENTI

I bambini che fin dai primi mesi trascorrono tanto tempo con il proprio papà, secondo uno studio, crescono più intelligenti. Questo è il risultato dello studio condotto da un team di ricercatori britannici di tre prestigiosissime università: Imperial College London, King’s College London e Oxford University.

 

Lo studio è stato pubblicato su “Infant Mental Health Journal” e, come afferma il The Telegraph, i ricercatori hanno preso in esame 128 papà del Regno Unito (di diverso ceto sociale e di diverse aeree geografiche) e li hanno ripresi con una telecamera, mentre erano con i propri figli. Quello che gli studiosi hanno osservato maggiormente nel dettaglio è stato il comportamento di alcuni papà, mentre interagivano con i propri figli (senza giocattoli). Un’osservazione che è iniziata quando i figli avevano tre mesi e che poi è ripresa quasi due anni dopo, mentre questa volta i padri leggevano ai propri figli dei libri. Dopo aver fatto ciò, gli esperti hanno realizzato dei test cognitivi specifici per i bambini (uno che prevedeva un riconoscimento di colori e figure e uno di comprensione di un libro). Il risultato è stato stupefacente. Infatti, i bambini (indipendentemente dal fatto di essere femmine o maschi) che hanno ottenuto i risultati nettamente più brillanti sono quelli che hanno trascorso più tempo con i propri papà fin dai primi mesi. Ecco quello che ha affermato alla BBC il professore Paul Ramchandani (che capitanava la ricerca):

“Anche così presto come nei primi tre mesi di vita le interazioni tra il papà e il figlio possono produrre risultati positivi osservabili già due anni dopo”.

Ma attenzione, ciò che conta però, è anche e soprattutto l’umore dei papà. Infatti, i bambini che nei primi mesi di vita hanno avuto un padre introverso o depresso, hanno ottenuto il punteggio più basso nei test.

A raccontarlo è la dottoressa Vaheshta Sethna, del King’s College:

“Abbiamo anche scoperto che i bambini che interagiscono durante la sessione di lettura con un padre sensibile, calmo e poco ansioso sono quelli che all’età di due anni dimostrano un maggiore sviluppo, e una maggiore abilità linguistica e capacità di risolvere i problemi. Questo suggerisce che le attività di lettura aiutano i bambini e inoltre i nostri risultati dimostrano l’importanza di avere un padre presente e positivo con i propri figli”.

Be’ papà italiani, siete avvisati…
I bambini che passano tanto tempo con papà? Diventano più intelligenti.

“Rds – Infant Mental Health Journal”

3 MODI PER DISTRUGGERE L'AUTOSTIMA DI UN BAMBINO

Ogni genitore desidera che il proprio figlio cresca sicuro di sé e capace di affrontare qualunque situazione della vita. Ma a volte, senza volerlo, un adulto ottiene l’effetto contrario perché con le parole o il comportamento, contribuisce a distruggere l’autostima del bambino.

 

I bambini hanno bisogno di essere sostenuti e incoraggiati dai genitori in tutto quello che fanno. Per un adulto potrebbe sembrare una sciocchezza, ma per un bambino è una questione molto seria. Un incoraggiamento, un aiuto a fare le cose meglio e tanto amore sono tutto ciò che un bambino necessita.

In alcune circostanze un genitore può dire o fare inavvertitamente qualcosa che fa sentire il bambino poco apprezzato. Oppure, peggio ancora, che danneggi seriamente la sua autostima. Ecco alcuni errori che commettiamo nei confronti dei nostri figli; esserne coscienti ci aiuta a non ripeterli più.

Fare troppe cose al posto del bambino.

Vostro figlio vuole fare i compiti a casa da solo; se, invece, li “fate voi al posto suo”, penserà che non sia necessario farli o che non siano di sua competenza. In questo modo smetterà di farli volentieri. Quando i bambini riescono a portare a termine un compito ne ricavano grande soddisfazione e si sentono a posto con sé stessi.

Che cosa succede quando fate troppe cose per conto del vostro bambino?
Fare le cose al posto del bambino può essere il vostro modo per dimostrare affetto ma, in realtà, non gli state facendo un favore. In questo modo negate al bambino l’opportunità di acquisire le competenze necessarie per la vita, danneggiandolo quando sarà adulto. Inoltre, si crea in lui eccessiva dipendenza e lo si priva della soddisfazione di ottenere le cose da solo. In definitiva, aiutare troppo vostro figlio gli darà la convinzione di non essere capace di raggiungere i suoi obiettivi.

Come risolvere questo problema.
Non fate troppo per i vostri bambini, ma aiutateli a cavarsela da soli. Se sbagliano niente paura: avranno la possibilità di ripetere e di imparare dai propri errori … e l’autostima sarà rafforzata.

Di fronte alle difficoltà dire: è facile!

Quando vostro figlio si sta sforzando per ottenere qualcosa, anche se si tratta solo dei compiti a casa, potrebbe essere molto facile per voi, ma difficile per vostro figlio.

Cosa succede quando dite al bambino: è facile.
Parole come: “È facile, ce la fai benissimo”, vengono pronunciate con l’intenzione di motivare e incoraggiare il bambino. In realtà, potrebbero indurre vostro figlio a pensare di avere in sé qualcosa che non va: “Se per me è difficile e per la mamma è facile, forse è perché sono stupido io”.. Questo porta il bambino a scoraggiarsi e a gettare subito la spugna. Ecco come abbiamo colpito la sua autostima senza rendercene conto.

Come comportarsi.
Invece di incoraggiarlo dicendo che è facile, provate con: “Potrebbe essere un po’ difficile” oppure “Anche io, alla tua età, lo trovavo difficile, ma con un po’ di impegno si possono ottenere buoni risultati”. In questo modo, il bambino che si trova di fronte ad una difficoltà capirà che, per quanto all’inizio possa essere difficile, impegnandosi a fondo ce la può fare. Questo è un messaggio motivante, che rafforza la sua autostima.

Non lasciarlo sbagliare.

Gli errori fanno parte della vita e tutti dobbiamo imparare da essi, adulti e bambini. Potreste pensare che sia un dovere aiutare vostro figlio a non commettere errori. Questo atteggiamento lo renderà indifeso di fronte alla vita e la sua autostima ne uscirà notevolmente compromessa.

Cosa succede quando non consentite a vostro figlio di sbagliare?
Se il bambino non può permettersi di sbagliare o viene iperprotetto, non si saprà “sbrogliare” nella vita adulta. Diventerà una persona dipendente con una cattiva opinione di sé. Sarà portato a pensare che commettere un errore è male, perché ne ha un’esperienza dolorosa. Non dovete negare a vostro figlio la possibilità di imparare dai propri errori, di ammettere di aver sbagliato e di avere la soddisfazione di sapervi porre rimedio.

Come aiutare vostro figlio.
Non impeditegli di sbagliare, aiutatelo invece a fare le cose nel miglior modo possibile e ad essere responsabile delle proprie azioni. Solo così avrà una visione sana degli errori e si renderà conto di quanto possano essere utili nella vita.

Autore “Siamo mamme”.

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI PIÙ NATURA E MENO TECNOLOGIA

Le cose che il bambino ama rimangono nel regno del cuore fino alla vecchiaia. La cosa più bella della vita è che la nostra anima rimanga ad aleggiare nei luoghi dove una volta giocavamo. Khalil Gibran

 

Un tempo l’ambiente naturale ci circondava, ci nutriva, con i suoi ritmi ci guidava, con le sue leggi ci insegnava. Gli adulti erano più tranquilli e lasciavano molta libertà ai bambini che potevano correre e giocare liberi per boschi. I bambini si riunivano naturalmente in gruppi misti di diverse età, i più grandi si prendevano cura dei più piccoli e i piccoli imitavano e imparavano dai grandi.

Il contatto con l’ambiente naturale era garantito perché l’ambiente naturale coincideva con l’ambiente di vita.


Gli effetti dell’ambiente naturale sul bambino

I bambini hanno un gran bisogno di muoversi, meglio se in un ambiente ricco di stimoli e sfide. La natura, infatti, accresce le nostre capacità sensoriali, che sono il primo e più importante strumento di autodifesa. Se i nostri figli vivono a stretto contatto con la natura, imparando a vedere il mondo direttamente, avranno maggiori possibilità di sviluppare le capacità psicologiche di sopravvivenza che li aiuteranno ad individuare il vero pericolo, sarà di conseguenza meno probabile che vedano pericoli dove non ci sono.


Giocare nella natura può infondere un’istintiva fiducia in sé stessi.

Studiando esperienze negative come lo stress o il deficit di attenzione, si è visto come l’ambiente naturale, rispetto all’ambiente costruito, produce un maggior numero di cambiamenti psicologici nei confronti del rilassamento, ad esempio quello muscolare o della diminuzione della pressione sanguigna, ed una grande riduzione di sensazioni negative quali la paura, la rabbia, la tristezza. L’ambiente naturale garantisce una maggiore efficacia nel mantenimento dell’attenzione e più alti livelli di esperienze di benessere, interpretato quest’ultimo come sensazione di fascino, di abbandono, di sentirsi in armonia, di sentirsi un tutt’uno. Molti bambini sembrano trarre beneficio dallo stare all’aperto. Non solo lo stare all’aperto è piacevole, ma la ricchezza e la novità delle sensazioni stimolano lo sviluppo delle funzioni cerebrali. La conoscenza è radicata nella percezione e lo stare a contatto con la natura è la prima fonte di percezione.

Un altro beneficio a lungo termine è che il bambino, se messo in condizione di godere di numerose esperienze positive all’aperto, con la guida di idonei modelli di comportamento, può imparare ad avere cura dell’ambiente.

I bambini sono fiori da non mettere nel vaso:
crescono meglio stando fuori con la luce in pieno campo.
Con il sole sulla fronte e i capelli ventilati:
i bambini sono fiori da far crescere nei prati.
Roberto Piumini



L’allontanamento dalla natura: cosa provoca.

Il numero degli statunitensi adulti in soprappeso è cresciuto di più del 60% tra il 1991 e il 2000. Fra il 1989 e il 1999 si è verificato un incremento pari al 36% dei casi di soprappeso nella fascia di età compresa fra i 2 e i 5 anni. E due giovani americani su dieci sono obesi. Questo valore si è quadruplicato alla fine degli anni Sessanta. Negli Stati Uniti i ragazzi tra i sei e gli undici anni trascorrono più di quaranta ore alla settimana davanti alla televisione o al computer. Il tempo trascorso guardando i programmi televisivi è direttamente correlato ai livelli di grasso corporeo. Le malattie cardiache e gli altri effetti negativi dell’inattività dei giovani si manifestano solitamente dopo diversi decenni. Si è però notato che la mancanza di movimento produce un altro risultato, questa volta immediatamente documentabile, ovvero la depressione dei bambini.


Un’infanzia sedentaria condotta tra le quattro mura domestiche comporta problemi mentali.

Quasi otto milioni di bambini statunitensi soffrono di disturbi mentali e l’ADHD è uno dei più diffusi. I ragazzi affetti da questa sindrome sono irrequieti ed hanno difficoltà nel prestare attenzione, nell’ascoltare, nel seguire indicazioni e nel concentrarsi sui compiti loro affidati. I pazienti potrebbero essere aggressivi o addirittura antisociali e potrebbero avere problemi in ambito scolastico. Nuovi studi suggeriscono che il contatto con la natura può ridurre i sintomi del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e può migliorare le capacità cognitive e la resistenza agli stress negativi e alla depressione nei bambini.
Richard Louv, educatore americano, ha fondato il sito internet per la tutela dell’infanzia “Connect for Kids” e pubblicato il libro “L’ultimo Bambino nei Boschi” che vi invito a leggere riguardante il rapporto tra bambini e natura.
I bambini vivono attraverso i sensi. Le esperienze sensoriali collegano il mondo esterno a quello interiore, nascosto e affettivo. L’ambiente naturale è la fonte principale della stimolazione sensoriale e, quindi, la libertà di esplorare e giocare con esso attraverso i sensi è essenziale per lo sviluppo sano della vita interiore. Questo tipo di rapporto, nato spontaneamente e autonomo, viene chiamato “gioco libero”. I singoli bambini si mettono alla prova interagendo con l’ambiente, attivando il loro potenziale e ricostruendo la cultura umana. Il contenuto dell’ambiente è un fattore cruciale in questo processo. Un ambiente ricco e aperto fornirà sempre delle valide alternative alla creatività, mentre uno chiuso e privo di attrattive limiterà la crescita e l o sviluppo del singolo individuo o del gruppo.


Fonte: L’importanza del CONTATTO con la natura per lo SVILUPPO COGNITIVO e RELAZIONALE del bambino Dott. Federico Cipparone Formatore, Psicologo dello Sviluppo e dell’Educazione Esperto in Outdoor Education & Training

 

PERCHÉ MIO FIGLIO BUTTA TUTTO PER TERRA?

I bambini vivono una fase in cui non fanno altro che tirare tutto, quasi fosse una sfida. Vi interessa sapere perché vostro figlio getta tutto a terra?

 

Di sicuro vi avrà sorpreso diverse volte con questa sua abilità da giocatore di baseball, lanciando tutto quello che trova a portata di mano. Magari all’inizio vi sembrava un atto di ribellione o un gesto per attirare la vostra attenzione, poi vi siete rese conto che succede quotidianamente.

Con irritazione, con un’espressione stupita o ridendo gli chiedete di smetterla perché potrebbe rompere qualcosa di importante o far del male a qualcuno.

Abbiamo una buona notizia per voi: questa capacità non è altro che una delle prime esercitazioni del bambino per esplorare il mondo.

Quando tirate un oggetto dovete calibrare la forza con cui tirare, la distanza, dovete avere un obiettivo fisso, mettervi in una determinata posizione, stare attenti a quello che vi circonda ecc. Ecco cosa sta cercando di imparare il vostro piccolo ogni volta che si dà la spinta per lanciare qualcosa.

Se lo ha fatto mille volte, preparatevi, perché di sicuro lo farà altre mille volte. Siatene felici e grate, perché questo segnale di sviluppo e di crescita va a sommarsi alla lista di abilità di cui si serve il piccolo per affrontare le sfide della vita. Quando vostro figlio getta tutto a terra, guidatelo e insegnategli a fare attenzione, a riconoscere i pericoli e i materiali fragili.


Vostro figlio getta tutto a terra: è il suo modo di apprendere

Abbiamo imparato dunque che il corpo dell’amore della vostra vita, tirando tutto a terra, si allena semplicemente a essere più forte e agile. È arrivato il momento di guidarlo in questo lavoro che, data la sua giovane età, è un’odissea piena di sfide e conquiste da supereroe.

Perciò, prima di farvi assorbire da questo compito, è fondamentale che conosciate nei dettagli tutto quello che impara quel piccolo monello con la sua impressionante forza.


Scopre cosa succede all’oggetto.

Si rompe, emette dei suoni particolari o rimane fermo nello stesso punto? Un dubbio, il suo, che risveglia mille interrogativi verificabili solo con la pratica. Cioè, tirare l’oggetto tante volte quanto è necessario per verificare quale sia la risposta ai dubbi.


Prende le distanze

Anche se non ci crederete, quando vostro figlio getta tutto a terra, utilizza due dei cinque sensi: la vista e l’udito. Nel primo caso analizza la traiettoria dell’oggetto in questione: vede come variano le sue dimensioni man mano che si allontana, fino a diventare piccolissimo. Quanto al secondo, se l’oggetto impiega tanto tempo a cadere vuol dire che è arrivato lontano e viceversa.


Mette alla prova le sue capacità

Vale la pena continuare a tirare questo oggetto? Devo proseguire l’esplorazione? Ho capito che cosa succede se lo lancio con forza? Quest’altro si comporterà in maniera diversa?


Conosce la relazione causa-effetto

Dopo aver deciso di lanciarlo, scopre qual’è la conseguenza. La rottura del vetro e la reazione di paura di mamma e papà, un rumore forte che infastidisce gli altri o richiama l’attenzione dei genitori.


Interazione sociale

Capirà che l’oggetto può risvegliare l’interesse delle persone che lo circondano fino a spingerle a giocare con lui. E quindi lo userà per creare istanti magici da condividere e si renderà conto di avere la capacità di instaurare un legame. In futuro questo sarà fondamentale per il suo sviluppo personale e lavorativo.

In definitiva, il nostro piccolo scienziato risponde ai suoi bisogni di esplorazione e verifica del mondo con rapidità e astuzia.


Cosa possiamo fare per migliorare questa esperienza?

A meno che lanci qualcosa di fragile o che possa fare male a qualcuno, non sgridatelo. Piuttosto, insegnategli quello che può lanciare e dove. Ovviamente, non lasciate che sia violento nei lanci e dopo che ha lanciato qualcosa invitatelo a raccoglierla insieme a voi, in modo da abituarlo a essere ordinato.
Siate un esempio insegnandogli ciò che è permesso e ciò che non lo è, come lanciare le calze sporche nella cesta o i fogli di carta usati nel cestino. Poco alla volta capirà che cosa è giusto e ne trarrà vantaggio.

Autore ignoto, scritto su “Amore di mamma”

 

 

SAPER ASCOLTARE I PROPRI FIGLI È FONDAMENTALE. ECCO COSA EVITARE

“Essere genitori è il lavoro più difficile del mondo“, quante volte l’abbiamo sentita dire questa frase, eppure quando siamo diventati genitori, abbiamo fatto di tutto per evitare gli errori dei nostri genitori, credendo così di instaurare con nostro figlio, o nostra figlia, un rapporto di rispetto, stima e fiducia reciproci tali da incoraggiare il dialogo.

 

Eppure sono arrivati gli scontri, le insoddisfazioni, le delusioni, le chiusure. Nonostante tutti gli sforzi ci siamo ritrovati e ci ritroviamo a non capire dove sbagliamo. Cerchiamo di immedesimarci, di comprenderli, ma le cose non vanno sempre come ci aspettiamo.

In che cosa sbagliamo? Cosa avremmo potuto fare e cosa possiamo fare per migliorare la comunicazione con i nostri figli?

Beh innanzitutto occorre fare un passo indietro e capire se riusciamo veramente ad ascoltarli. Lo sa bene il dottor James J. Jones, sposato e padre di 4 bambini che si sono sempre distinti a scuola, nello sport e nella musica.

Era convinto di essere un ottimo genitore, poi però l’ultimo dei suoi figli ha avuto problemi di droga e il mondo gli è crollato addosso. Nel periodo in cui si è ritrovato a combatteva tra polizia, carcere, programmi di recupero e psicologi, si è chiesto in che cosa lui e la moglie avessero sbagliato.

Dopo centinaia di ore di consulenza individuale, familiare e di gruppo, ha scoperto di sapere ben poco sull’educazione in famiglia e che nonostante tutto aveva fatto degli errori. Ha scoperto che la genitorialità è una vera e propria scienza così è ritornato sui libri e ha conseguito un dottorato in Counseling Psychology e un master in matrimonio, terapia familiare e infantile. Con le nuove conoscenze è riuscito ad aiutare suo figlio e ha sviluppato una serie di programmi per aiutare gli altri genitori.

Nel suo libro Let’s fix the kids il dott. Jones parla dell’importanza del vero ascolto, visto non come possibilità di dare consigli, suggerimenti o risolvere problemi, ma come la capacità di prestare attenzione a ciò che nostro figlio ci dice.

Capita spesso che i genitori rispondano ai propri figli adolescenti con commenti che in realtà sono giudizi, consigli, frasi che magari manifestano il proprio disappunto. Questo tipo di risposte chiude o interrompe la conversazione impedendo un ulteriore dialogo. Le risposte chiuse non prendono in considerazione ciò che pensano i figli e li portano a mettersi sulla difensiva.

Una comunicazione efficace con un adolescente, magari ribelle, non può basarsi su questo tipo di risposte. Bisogna ricorrere ad un metodo più produttivo basato sulle risposte aperte, quelle cioè che semplicemente accettano ciò che viene detto, riflettendo sia il contenuto che i sentimenti che il proprio figlio intende proiettare sul genitore. Nel suo libro il dott. Jones, fornisce vari esempi sui vari tipi di risposte. Vediamone alcune.

Adolescente: “Il mio insegnante di scienze mi ha messo “C” al progetto di scienze. Non ci posso credere!”

Genitore 1: “Ti avevo detto di rivederlo, giusto? Non ascolti mai!”

Genitore 2: “Non lamentarti, te lo sei meritato!”

Genitore 3: “Gli insegnanti non sono ingiusti. Che cosa hai sbagliato stavolta?”


Queste risposte sono “chiuse” perché chiudono la comunicazione. Di fronte a queste risposte l’adolescente si sente screditato, incompreso, ingiustamente giudicato.

Con delle risposte aperte, invece, il dialogo continuerebbe, l’adolescente si sentirebbe capito, condividerebbe le sue emozioni, spiegherebbe i motivi della sua delusione e si calmerebbe. Proviamo a vedere come risponderebbe a delle risposte aperte.

Adolescente: “Non riesco a credere che il prof. mi abbia messo “C” al progetto di scienze dopo che ho buttato settimane dietro a quelle stupidaggini.”

Genitore: “Mi sembra che tu sia molto deluso (sentimenti) per aver preso “C” dopo aver lavorato così tanto.” (soddisfare)

Adolescente: “Oltretutto, ha dato a Luca “A” perché ha fatto il progetto che gli aveva suggerito lui.“

Genitore: “Ho capito bene? Sei arrabbiato (sentimenti) perché il prof. è ingiusto.” (soddisfare).

Adolescente: “Faresti bene a crederci! Comunque ho imparato molto dal progetto; è stato davvero difficile!“

Genitore: “Quindi, nonostante il voto (sentimenti) deludente, sei contento (sentimenti) di essere rimasto fedele al tuo progetto più difficile?” (soddisfare)

Adolescente: “Eh sì, immagino di si, ma pensavo di prendere di sicuro “A”. Ehi.. ma cosa c’è da mangiare? “

Se tuo figlio è in difficoltà, è arrabbiato, demotivato o deluso e ti chiede di ascoltarlo, fai attenzione a come rispondi:

Non dare consigli, non faresti quello che ti ha chiesto.

Non dirgli che non dovrebbe sentirsi come si sente, calpesteresti i suoi sentimenti.

Non sentirti in dovere di fare qualcosa per risolvere il suo problema, lo deluderesti perché lo faresti sentire incapace di risolvere da solo la situazione.


Se tuo figlio è in difficoltà e ti chiede di ascoltarlo ricorda che:

Non ti chiede di parlare o fare, ma solo ascoltare.

Non è indifeso. Forse scoraggiato e frustrato sì, ma impotente no.

Se fai qualcosa che può fare da solo, contribuisci alla sua paura e debolezza.

Se accetti come dato di fatto che prova delle emozioni, non importa quanto irrazionali possano essere, allora capisci che devi smettere di provare a convincerlo che non deve sentirle.

Quando tuo figlio ti chiede di ascoltarlo tu ascoltalo e basta. Se vuoi parlare, aspetta un minuto, segui i consigli e ti ascolterà.

Autore ignoto, scritto su “Apri la Mente Staff”

 
 

INTERROMPERE IL CAPRICCIO DI UN BAMBINO CON UNA SOLA DOMANDA

Gestire i figli, soprattutto quando sono piccoli, si rivela in alcuni periodi molto complicato.

 

Avete presente quella fase in cui qualsiasi occasione è buona per iniziare un capriccio? I genitori sono messi a dura prova quando si presenta la necessità di dover far ragionare un bambino proprio nel momento in cui tutto appare così irrazionale.

La soluzione alla fase “capriccio facile” non è il rimprovero, la punizione o l’indifferenza, che al contrario portano il bambino ad amplificare la propria rabbia. Sebbene sembri ingestibile, un modo per superare questo comportamento c’è e lo conosciamo attraverso l’esperienza di una mamma che, con una sola domanda, ha capito come riportare i figli capricciosi in uno stato di calma.

La domanda per far tornare tutto alla calma.

Questa mamma ricorda bene quel periodo in cui la figlia instaurava un capriccio quasi per tutto e ad ogni momento. Nel suo caso, questo comportamento è nato subito dopo l’iscrizione alla scuola, ma non c’è un periodo preciso in cui il bambino può svilupparlo.
A darle una mano è stata la psicologa dell’Istituto, che le ha consigliato di provare a riportare la figlia ad uno stato di calma attraverso una semplice domanda. Il segreto è mettere il bambino in condizioni di analizzare il proprio comportamento e comprenderne l’insignificanza.

La domanda che dovrebbe essere posta ai bambini, che per qualche motivo hanno iniziato a fare i capricci troppo spesso, è: “È un problema grande, medio o piccolo?”. Sebbene molto piccoli i bambini hanno la capacità di distinguere la gravità di un problema, pertanto capaci di dare una risposta.
Il metodo non finisce qui: bisogna prendere seriamente la risposta del bambino, qualunque essa sia. Bisogna fargli capire che i problemi grandi sono quelli che NON hanno soluzione, quelli medi richiedono una riflessione più attenta e quelli piccoli sono di immediata risoluzione. Sarà lui stesso a capirne l’entità in base alla possibilità o meno di trovare una soluzione.

Lasciategli il tempo di trovare da solo il modo più opportuno di agire, non mettendogli fretta o anticipando le sue parole. È un cammino che all’inizio sarà tortuoso, ma che il bambino riuscirà a far proprio in poco tempo.
La mamma racconta di aver sperimentato immediatamente i benefici di questo approccio: un giorno la figlia ha iniziato a piangere in modo isterico per non aver nell’armadio il paio di pantaloni preferito, che erano ancora stesi ad asciugare. Dopo aver iniziato a piangere la madre le ha chiesto: “Alice, questo è un problema grande, medio o di piccole dimensioni?”.
Quando la bambina le ha risposto che dopo tutto si stava arrabbiando per nulla, le ha chiesto quale fosse allora la soluzione più giusta da seguire: senza esitazioni lei le ha detto che avrebbe potuto prendere un altro paio di pantaloni, e che avrebbe indossato quello preferito il giorno dopo.
La reazione dei genitori a questo tipo di comportamento è troppo spesso quella più sbagliata: rabbia nei confronti dei bambini, punizioni insensate oppure indifferenza. Niente di tutto questo porta benefici, ed anzi innesca meccanismi di ribellione e protagonismo nei bambini.

Autore ignoto, scritto su “Amore di mamma”