Buy and Help

Raccolta e Donazione Cibo

Sono tanti anni che collaboriamo come volontari attivi con il Banco Alimentare nella consueta Colletta di novembre.
Era da tempo che pensavamo a quale potesse essere la ricetta giusta per far sentire importanti i bambini e soprattutto per farli divertire nel raccogliere cibo per le famiglie meno fortunate.
Il risultato ci ha davvero commosso!
 
Entrando più nel vivo e nel concreto abbiamo organizzato un briefing con tutti i bambini nell’abitazione di un volontario. In quell’occasione abbiamo cercato di spiegare l’importanza di questo gesto solidale e di come si poteva raggiungerlo divertendoci tutti insieme.
Abbiamo quindi suddiviso la Colletta in 6 mansioni e ognuno si è candidato per quella che gli piaceva di più:
 
  • Fermare le persone all’ingresso del supermercato e parlargli della Colletta;
  • Ritirare la borsa con gli alimenti direttamente alle casse (questa fase ha scatenato delle simpatiche gare tipo “il gioco del fazzoletto”);
  • Suddividere il contenuto degli alimenti nella borsa, nei diversi scatoloni;
  • Costruire gli scatoloni e scrivere sugli stessi a quale categoria appartengono (es. pasta, legumi, etc.);
  • Chiudere gli scatoloni con lo scotch e pesarli in bilancia;
  • Preparare l’etichetta finale dello scatolone e compilare il modulo riepilogativo nell’apposito banchetto.
 
Abbiamo strutturato una sorta di circuito in cui i bambini, suddivisi in gruppo, ogni 20 minuti passavano alla stazione successiva e quindi nell’arco di 2 ore avevano svolto e imparato tutte le fasi di una buona Colletta e potevano poi dedicarsi nelle successive 2 ore a quella che gli piaceva di più.
Abbiamo deciso che il tempo massimo dovesse essere di 4 ore per ognuno al fine di non rischiare di appesantire la giornata del bambino.
Altro che appesantire… dopo le 4 ore previste i bambini non volevano proprio saperne di terminare l’attività, alcuni ci hanno pregato con enorme insistenza di poter continuare.
Anche i bambini un po’ più “bulletti” sono stati estremamente diligenti e rispettosi del lavoro di squadra e in poco tempo sono diventati dei veri e propri trascinatori del bene… una meraviglia!!!
Un sentito ringraziamento è rivolto ai genitori che ci affidano i propri pargoli e ci consentono di vivere queste intense emozioni continue.
Gli stessi genitori che poi ci raccontano come vedono più aperti, sereni e propositivi i propri figli dopo 4 ore di Colletta. 4 ore in cui hanno interagito con centinaia e centinaia di persone, 4 ore in cui hanno ricevuto sguardi e sorrisi di uomini e donne stupefatti di quello che stavano vedendo con i propri occhi. Genitori che ci raccontano che da quel giorno il bimbo non butta più neanche una briciola di cibo, bensì lo incarta per il pasto successivo. E la cosa più stupenda è che ci è arrivato da solo, non glielo abbiamo detto noi o i suoi genitori, è merito suo, lui lo sa bene e quindi se lo porterà per tutta la vita!

Raccolta Donazioni e Vestiario

L’iniziativa di volontariato consiste nell’individuare una famiglia che abbia reali esigenze di vestiti (o in certi casi di giocattoli) per i propri figli. Una volta individuata la famiglia procediamo nel parlarne ad alcuni dei nostri bambini e chiediamo loro se sono disponibili a reperire con noi dei vestiti (che possono essere abiti loro oppure li prendiamo da quelli che altre famiglie ci consegnano e che teniamo disponibili in cantina) da donare ai bimbi di questo nucleo famigliare.
Ottenuto l’ok da parte dei bambini procediamo con l’iniziativa, saranno proprio loro a piegare i vestiti, a metterli con ordine in uno scatolone, a preparare il “pacco regalo” e soprattutto a donarlo dalle proprie mani a quelle dei bambini bisognosi.

Play and Help

L’iniziativa consiste nell’offrire ad un gruppo di bambini la possibilità di imparare a suonare uno strumento con l’obbiettivo di formare una band musicale composta da soli bambini, con un’età media di circa 10 anni.
Abbiamo arruolato 5 maestri musicali che fossero in grado di insegnare ai bambini: pianoforte, batteria, chitarra, basso e canto. Abbiamo reperito gli strumenti che eravamo in grado di reperire con le nostre conoscenze locali e abbiamo comprato quelli che mancavano. Abbiamo stabilito giorni e orari che andassero bene ai 5 maestri e ai genitori e siamo partiti con un gruppo di 18 bambini. Appena i bambini si sentiranno pronti e confidenti nel poter suonare tutti insieme 3 canzoni organizzeremo il primo concerto di Play and Help. Stay tuned!

Il Centro Estivo

Il 2021 è stato il primo anno in cui siamo riusciti ad organizzarci per avere un centro estivo tutto nostro. Non volevamo un mero luogo di solo svago e divertimento (certo anche quello!) ma un laboratorio multi-educativo che potesse essere il trampolino di lancio per le future iniziative di volontariato di questi bambini e di queste nuove famiglie che non ci conoscevamo al termine dell’estate.
Ci siamo dati come obbiettivo l’iscrizione di 60 bambini dal 07 di giugno al 10 di settembre. In realtà di bimbi se ne sono iscritti 242 e quindi abbiamo dovuto correre ai ripari con l’inserimento di altri animatori, maestri ed operatori.
Le attività hanno inizio alle ore 7:30 e terminano alle 17:00 dal lunedì al venerdì. Spaziamo dagli sport, quali tennis, calcio, basket, pallavolo, rugby, nuoto, etc. ai giochi, quali ruba bandiera, palla avvelenata, fazzoletto, dama, scacchi, scala 40, indovina chi, etc. ai laboratori artistici quali pittura, fabbricazione braccialetti, collane, saponi, Hama Beads, etc. fino ad arrivare ai laboratori scientifici e alle lezioni di etica. Alcuni bambini sono arrivati al centro estivo con un altissimo livello di stress ed ansia che spesso rischiava di sfociare in azioni aggressive. Vedere giorno per giorno il trasformarsi di detta aggressività in dolcezza e sostegno ad altri bambini ci ha donato un’estate dal gusto più intenso e speciale.

Il Pedibus Ecologico

Da semplice passeggiata ad azione concreta di “baby volontariato”.
Nel consueto stile “Buy and Help” è nato un esperimento guidato e ricco di emozioni. L’obiettivo era vedere la reazione dei bambini all’idea di sentirsi utili e importanti nel tenere pulita la loro città durante il percorso da casa a scuola.
 
Abbiamo dotato di maxi pinze e alcuni rotoli di sacchetti dell’immondizia, bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, che desideravano essere utili provando a pulire la propria città, raccogliendo tutte le cartacce durante il tragitto.
 
Dopo un primo attimo di perplessità, durato 1 minuto, i nostri amati fanciulli si sono organizzati in autonomia. Chi tiene le pinze, chi tiene i sacchetti, chi avvista le cartacce, chi semplicemente incita gli altri
 
Ora i bambini si prenotano già per l’indomani, candidandosi nella mansione che preferiscono.
Oltre all’operatività mattutina, sono diventati dei bravi “vigili” e non le mandano a dire se vedono qualcuno che butta qualcosa a terra, infischiandosene della comunità. I bambini sono diventati più attenti, modificando in meglio anche i loro comportamenti.
Ora per essere coerenti con loro stessi e con i loro amici, sono molto attenti all’ambiente che li circonda e aspettano sempre un cestino per liberarsi della loro immondizia.
 
Abbiamo dilatato di qualche minuto gli orari delle fermate del Piedibus in modo che il divertimento fosse assicurato e non diventasse stressante l’attività, e il gioco è stato fatto…
Le pinze non bastano mai, ora anche i più timidi vogliono darsi da fare e più scatenati ne vogliono due.
Uno spettacolo per gli occhi e per il cuore.
Bambini e autostima

AUTOSTIMA IN 7 REGOLE: ECCO COME CRESCERE BAMBINI SICURI

Dargli obiettivi realistici, complimentarsi per i successi, criticarlo ma in modo costruttivo, credere in lui, aiutarlo al momento giusto, fare il tifo per lui e fargli coltivare i suoi talenti.

 

Sono questi i 7 consigli del pedagogo francese Bruno Hourst per crescere figli capaci di affrontare le avversità della vita.

La stima di sé è l’arma fondamentale per riuscire nella vita e si costruisce principalmente durante l’infanzia.

Parola dello psicologo e pedagogo francese Bruno Hourst, secondo il quale è proprio la mancanza di autostima il maggior freno allo sviluppo e all’espressione delle proprie capacità.

Aiutato dai genitori, dunque, un bambino può crescere sano, forte ma anche ricco di resilienza non solo nel fisico ma anche nello spirito. Ma come possono i genitori aiutarlo a crescere consapevole di se e del proprio valore? Insomma, come motivare i bambini tutti i giorni?

Sotto trovate 7 semplici regole da applicare nella vita di tutti i giorni, oltre ai consigli sull’importanza di incoraggiare i bambini a dire quello che pensano, rafforzare la memoria del successo e il senso di invisibilità.
7 regole per rafforzare l’autostima di tuo figlio, coltivare la memoria del successo, combattere il senso di invisibilità.

La 7 regole per coltivare l’autostima di tuo figlio

1 ) Per evitare che si scoraggi, se l’obiettivo è impegnativo si può aiutare il bambino a tagliare il traguardo attraverso alcune tappe. Se, ad esempio, ha 4 in matematica, è irrealistico pretendere un 8 a breve termine. È invece più facile che riesca ad arrivare al 5 la volta successiva, al 6 quella dopo ancora e al 7 alla terza prova per raggiungere l’8 alla quarta.

2 ) Per rafforzare la memoria dei successi (quali che siano: anche un goal alla partita all’oratorio) può essere utile creare un “calendario dei successi”, sul quale annotarne uno ogni settimana perché sia immediatamente visibile.

3 ) Se rompe un piatto apparecchiando, non bisogna aggredirlo immediatamente. Invece, è meglio prima complimentarsi per aver assolto al suo compito, e poi dirgli che “però sarebbe stato meglio se il piatto fosse stato ancora intero”. In generale, funziona molto bene la “regola del sandwich”: un complimento, una critica, un complimento (“Grazie per avermi aiutato, ma non hai ancora sistemato camera tua. Ah, dimenticavo: ancora bravo per l’8 in italiano”).

4 ) Basta una frase: “Ho fiducia in te, ce la farai”. Sembra una banalità, ma il fatto di sapere che qualcuno crede in lui, per il bambino è fondamentale, e lo aiuta ad aver fiducia nelle proprie capacità per affrontare senza paura anche situazioni nuove. Una fiducia che si può rafforzare anche affidandogli qualche responsabilità in casa (adeguata alla sua età, ma senza mettere l’asticella troppo in basso: il “ti piace vincere facile” fa danni).

5 ) Quando lo scoramento prende il sopravvento a causa di una caduta nella strada verso il traguardo, bisogna aiutare il bambino a rialzarsi. Facendogli capire che nella vita un fallimento può sempre capitare, ma che alla lunga gli sforzi vengono comunque ricompensati.

6 ) Il rafforzamento positivo nei confronti del bambino si ottiene anche con piccole cose: “Simpatica la tua maglietta”, “Bella questa pettinatura”, “Il tuo zaino è molto più ordinato di una volta”… Però bisogna evitare di fare l’errore di sovrastimare le sue capacità: dirgli in continuazione “sei un genio”, per esempio, rischia di essere controproducente. Perché, alla prova dei fatti, potrebbe accorgersi di non essere veramente a un livello molto più alto di compagni e amici. E cadere dall’alto di un piedistallo fa più male.

7 ) La buona riuscita a scuola non sempre va di pari passo con le capacità di ciascuno: Einstein (giudicato uno studente mediocre dai suoi professori) ne è l’esempio. Quindi, per preparare un bambino alla vita, è bene fargli coltivare i suoi talenti e le sue passioni, senza pregiudizi: preferite che vostro figlio diventi un ottimo cuoco o un pessimo medico?

Coltivare la memoria del successo

Secondo lo psicologo e pedagogo francese Bruno Hourst, in un articolo pubblicato sul proprio sito, per aiutare i propri figli a diventare degli adulti sicuri di se e del proprio valore bisogna coltivare la “memoria dei successi”: se un bambino si rifiuta di fare qualcosa perché non è certo di riuscire, non saprà mai davvero se invece sarebbe stato in grado di svolgere quel compito.

“Il rifiuto – spiega Hourst – si basa generalmente sulla “memoria dei fallimenti” a cui è andato incontro in passato: il bambino, così come l’adulto, non riesce a immaginare di essere in grado di fare qualcosa perché non si ricorda di essere mai riuscito a fare qualcosa si analogo”.

Ecco allora che bisogna aiutarlo a ricordare i suoi successi, anche i più piccoli, anche quelli che sembrano insignificanti: un bel voto in un compito in classe, per esempio, oppure il fatto di essere riuscito a declamare una poesia davanti a 20 persone, o ancora l’aver imparato ad andare in bicicletta senza rotelle.

Piccole vittorie, senza dubbio, che però possono spingere il bambino a raggiungere traguardi più ambiziosi grazie alla “memoria del successo”.

L’errore comune, rimarca invece il pedagogo, è quello, commesso da molti genitori e insegnanti, “di rimarcare più spesso l’errore rispetto alla buona riuscita, instillando l’idea che il successo è “normale” mentre lo sbaglio è “anormale”. Per di più sostenendo l’idea moralizzatrice che non è bello vantarsi e che bisogna sviluppare la modestia nei bambini. Invece il rifiuto di riconoscere i successi non aiuta né a crescere né a far radicare la fiducia in sé e l’autostima del piccolo”.

Con il rischio, una volta adulto, di sviluppare quella che gli psicologi chiamano “la sindrome dell’impostore”: tutti i propri fallimenti diventano normali, tutti i successi altrui anormali (poiché vengono imputati alla fortuna, all’azzardo, a un intervento esterno…).

Quindi, condensando, la prima regola per Hourst è quella di “ricordare al bambino i successi passati, che diventano il fondamento per quelli futuri”.


Combattere il senso di invisibilità

La “memoria del successo” è importante anche per sconfiggere il senso d’invisibilità che, se è drammatico già per un adulto (basta pensare agli effetti del mobbing), per un bambino è assolutamente devastante.

“In certe occasioni – spiega Hourst – siamo sicuri che potremmo partecipare o apportare il nostro contributo. Ma non esistiamo, nessuno si interessa a quello che potremmo dire, pensare, sentire o fare. È un sentimento comune a molti bambini, a casa o a scuola, allorché pensano (a torto o a ragione) di “non esistere”, di essere “invisibili” per i familiari e gli insegnanti.

In questi momenti è importante aiutarli, con mezzi positivi, a rendersi di nuovo “visibili” a se stessi e agli altri, perché questa “visibilità” psicologica è importante per sviluppare l’autostima e per prevenire comportamenti disturbati o distruttivi, come l’autoesclusione da un gruppo, la violenza su se stessi, sugli altri e sulle cose o l’adesione a gruppi di “cattivi ragazzi” in cerca di visibilità”.

Anche in questo caso, secondo il pedagogo, è utile la “memoria dei successi”: discutendone, si aiuta il bambino a tornare visibile. Ed è utile farlo in forma visibile, magari creando un “calendario dei successi”, o una “scatola dei successi”, che contengano l’indicazione di tutti i traguardi raggiunti.

Concetta Desando, giornalista professionista (tratto da “Nostro figlio”)

 

HOLDING: GLI ABBRACCI CHE CALMANO E GUARISCONO

Oggi vogliamo proporre un metodo efficace e utilizzato in ambito educativo, anche se ancora poco conosciuto dai genitori; stiamo parlando del metodo Holding

 

Di fronte a una crisi del bambino, gli adulti reagiscono nei modi più disparati: chi lo ignora, chi perde il controlla a sua volta e comincia a sbraitare, chi cerca di ragionare e chi utilizza un premio o una punizione come elemento esterno di distrazione.

Oggi vogliamo proporre un metodo efficace e utilizzato in ambito educativo, anche se ancora poco conosciuto dai genitori; stiamo parlando del metodo Holding. Questo metodo ricorre all’abbraccio, un gesto d’affetto universale, che diventa un contenitore per le emozioni del bambino.

Rispetto ad un normale abbraccio, l’abbraccio del metodo holding è un abbraccio contenitivo, che si applica in un momento di forte agitazione psicomotoria del bambino: ad esempio durante una crisi emotiva (rabbia incontrollata, pianti e urla). E’ un abbraccio forzato, inizialmente non corrisposto: sarà l’adulto a dover abbracciare con fermezza il bambino, contenendone le emozioni e lasciando che, attraverso la forza di quell’abbraccio, si possa ritrovare l’equilibrio.


Breve storia del metodo Holding

Inizialmente applicato a bambini affetti da disturbi dello spettro autistico o disturbi pervasivi dello sviluppo, il metodo si delinea negli anni ‘70 come una soluzione efficace ai momenti di alterazione emotiva dei bambini .

Marta Welch, psicoterapeuta che aveva iniziato la sperimentazione, trovò che la tecnica fosse efficace anche con i bambini normodotati e ne estese l’utilizzo anche ai capricci, ai momenti di rabbia e alle altre esternazioni emotive.

Ma qual è l’idea alla base del metodo? La dott. sa Welch si era accorta che, come i neonati hanno bisogno del contatto fisico con la madre, anche i bambini più grandi traevano beneficio da questo contatto, che li rassicurava e rasserenava. E così, provò a sperimentare un “abbraccio forzato” nelle situazioni in cui il bambino perde il controllo, con ottimi risultati.


Per chi vuole utilizzarlo

Come si fa? Il bambino deve essere avvolto dal nostro abbraccio, con dolcezza ma anche con grande fermezza. Se possibile, si dovrebbe guardare il bambino negli occhi. Questa tecnica, partendo dal contenimento fisico di una crisi, diventa un contenimento emotivo. Solitamente, dopo un momento iniziale, la tensione del bambino si scioglie e il nostro abbraccio viene ricambiato.


La principale difficoltà è quella di mantenere la calma e la fermezza del nostro abbraccio, nonostante i calci e gli strepiti dei bambini: infatti, prima che si calmino, potrebbe essere necessario qualche minuto.

Il vantaggio di questo metodo è lo speciale legame affettivo che si instaura con il bambino, che si sentirà compreso e accettato. Rispetto a un rimprovero, l’abbraccio contenitivo non farà sentire in colpa il bambino; al contrario, calmerà le sue paure e la frustrazione ad un livello emozionale, profondo.

L’abbraccio holding va bene con tutti i bambini? In linea di massima sì, però ogni piccolo è un caso a se: se ci dovessimo accorgere che il nostro abbraccio scatena il panico del bambino, sarà meglio ricorrere ad un’altra tecnica. Come sempre, quando si parla di educazione, solo la sensibilità del genitore/educatore può guidarci nella scelta del metodo migliore.

Il metodo è assolutamente sicuro: l’abbraccio, per quanto fermo, non rappresenta in alcun modo una forma di violenza per il bambino e non si corre il rischio di fargli del male; abbracciare, del resto, è il più naturale dei gesti di affetto. Se pensiamo di sperimentarlo in un contesto educativo, può essere utile parlarne prima con le famiglie o con il responsabile dei servizi, onde evitare fraintendimenti: è una tecnica efficace e scientificamente provata, ma spiegare prima che la useremo (e come) eviterà qualsiasi controversia.

Per approfondire questo metodo ti consigliamo la lettura del libro di Martha Welch: L’abbraccio che guarisce. La tecnica corporea dell’holding per eliminare capricci, gelosie, accessi d’ira dei bambini, Red! Edizioni. Non è più disponibile in commercio, ma potrai trovarlo facilmente in biblioteca.

Tratto da “Portale Bambini”

 

SVILUPPO DELL'AUTOSTIMA: COME INFLUISCE LA FAMIGLIA

Lo sviluppo dell’autostima è alimentato (in parte) dalle dinamiche familiari nelle quali siamo cresciuti e siamo stati educati.

 

È un lascito che ci portiamo dietro e talvolta difficile da sanare, soprattutto se abbiamo avuto dei genitori che non hanno mai amato se stessi e che non sono stati capaci di soddisfare i nostri bisogni, sostenerci o consolarci dal profondo del loro cuore.

Non mancano gli psicologi che dicono che per avere successo nella vita occorre avere il magazzino dell’autostima ben riempito. Che lo si voglia o meno, sono pochi i “combustibili” che ci danno tanta determinazione, autostima e senso di competenza. Tuttavia, e questo lo sappiamo bene, spesso viviamo la vita e ci muoviamo nel mondo con livelli di autostima molto bassi, talmente minuscoli che è quasi impossibile azionare il motore che ci fa superare noi stessi.

“Le persone cominciano ad avere successo il minuto in cui decidono di averlo”.
~ Harvey Mackay ~


Proprio come spiega la celebre antropologa culturale Margaret Mead, la famiglia è il primo gruppo sociale nel quale le interazioni che si verificano determinano in buona parte chi siamo. I nostri genitori hanno il dovere e l’obbligo di riempire il nostro magazzino di nutrienti adeguati, di ricche componenti dove non manchi la sicurezza, l’affetto, la considerazione e quell’impulso vitale capace di spingerci a camminare nel mondo sentendoci preziosi e importanti.

Tuttavia, nel duro cammino dello sviluppo della autostima, non contiamo sempre su detto combustibile. Questo ci spinge inevitabilmente a intraprendere un cammino di auto-ricerca e, soprattutto, di riparazione di questa infanzia nella quale ci sono mancate troppe cose.


Lo sviluppo dell’autostima e la sintonia con i nostri genitori

Lo sviluppo dell’autostima ha inizio nell’infanzia. Questo vuol dire forse che è determinato solo dalle esperienze previe accadute nella nostra infanzia e prima giovinezza? Bene, in psicologia, come in gran parte delle scienze, la parola “determinismo” è pericolosa e presenta delle sfumature profonde.

In materia psicologica, tutto quello che è successo nell’infanzia influisce molto su di noi, ma non ci determina. In altre parole, sappiamo che l’essere umano, e in particolare il cervello, è dotato di immensa plasticità e capacità di superamento. Questo ci obbliga ancora una volta a concentrarci sulla grande importanza dell’educazione che si riceve e sulla qualità delle interazioni con chi ci accudisce e fornisce non solo alimenti e sostentamento, ma anche un lascito emotivo ed educativo.
Per approfondire queste tematiche, è sempre interessante leggere il Dottor Ed. Tronick, esperto di sviluppo infantile e professore di pediatria alla Harvard University. Un dato interessante che ci rivela questo psicologo è che, per favorire un corretto sviluppo dell’autostima e fornire un buon sostegno ai bambini, è necessario essere emotivamente sintonizzati con loro. In molti dei suoi lavori, tuttavia, ha potuto dimostrare che il 40% delle volte persino i bravi genitori non riescono a entrare in sintonia con i propri figli.

Molto probabilmente questo dato ci sembrerà allarmante e persino drammatico. Tuttavia, il dottor Tronick ci invita a una riflessione. Il motivo per cui molti genitori non entrano in totale connessione con i bisogni emotivi dei propri figli è perché non lo fanno neanche con loro stessi.

Un genitore carico di stress, resistenze e nodi emotivi irrisolti invierà una serie di codici, schemi incoscienti e linguaggi al bambino, il quale li assorbirà per farli propri. Senza parlare, inoltre, della chiara difficoltà a erigere nei piccoli una buona autostima, se nei genitori stessi non vi sono solide fondamenta, radici profonde con le quali dare l’esempio, con le quali guidare con prontezza e sicurezza.


La famiglia influisce, ma decidiamo noi

Lo sviluppo dell’autostima nel corso dell’infanzia si vede influenzato soprattutto da tre fattori: l’aspetto fisico, il comportamento e il rendimento accademico. Il modo in cui i nostri genitori si pongono verso queste tre dimensioni può incoraggiarci ad accrescere la nostra sicurezza e fiducia o, al contrario, può collocarci nella conchiglia dell’impotenza, della solitudine e della paura.

“La peggior solitudine è non essere a proprio agio con te stesso”,
~ Mark Twain ~


L’aspetto più complesso è che, ai giorni d’oggi, continuiamo a vedere molti genitori immaturi e inconsapevoli in termini di attenzione nei confronti del proprio linguaggio e modo di comunicare. È sufficiente ascoltare le loro conversazioni davanti alla soglia delle scuole per captare quanto, senza rendersene conto, strappino una dopo l’altra le ali dell’autostima dei loro figli.

L’uso di paragoni, di affermazioni assolute (sei negato in matematica, non sarai mai promosso…) o l’incapacità di vedere problemi emotivi nascosti si verificano spesso e inducono le nuove generazioni a commettere lo stesso problema dei loro genitori: la mancanza di autostima.

La famiglia influisce sullo sviluppo dell’autostima di una persona, lo sappiamo, ma quanto successo in passato non ha alcun motivo di determinare tutta la vita. Sta a noi smettere di farci del male, perché non abbiamo il combustibile pieno di forza personale. Nel nostro orizzonte c’è la possibilità di riparare un’infanzia di mancanze per raggiungere la giusta maturità.

È necessario imparare a bastare a noi stessi, a compensarci da soli, a smettere di cercare all’esterno ciò che possiamo e dobbiamo essere in grado di offrirci in prima persona. Sull’autostima si lavora giorno dopo giorno, richiede dei cambiamenti, ci chiede di essere coraggiosi e, prima di ogni altra cosa, di avere una grande dose di amor proprio. In qualsiasi modo si sia svolto il nostro passato, siamo sempre in tempo ad apportare dei cambiamenti, a investire sulla nostra autostima.

Tratto da “La mente è meravigliosa”

 

GENITORI CHE MANIPOLANO I FIGLI: DIPENDENZA AFFETTIVA IN FAMIGLIA

Il legame affettivo tra genitore e figlio è l’amore primigenio, costituisce per tutti la forma primaria d’amore e si struttura come matrice delle esperienze sentimentali successive.

L’amore genitoriale e quello filiale hanno la caratteristica, unica nella vita di ogni essere umano, di realizzarsi tra individui che non si sono scelti l’un l’altro: il genitore ha (quasi sempre) deciso di concepire, e inevitabilmente ripone nel nascituro un qualche ideale e molte aspettative; il figlio o la figlia, invece, nascono e basta. Ovviamente, non hanno designato il loro oggetto d’amore e molti figli impiegheranno una vita ad accettare i propri genitori per quello che sono.

Allo stesso tempo, la capacità genitoriale che presuppone la capacità di amare incondizionatamente un bambino, di fornirgli le cure, la protezione e l’affetto necessari perché cresca come un adulto sano ed autonomo, non è una proprietà genetica, ma il frutto di equilibrio e consapevolezza dei padri e delle madri.

È diffusa una rappresentazione didascalica dei ruoli di padre e di madre che, come ogni stereotipo sociale, rasenta appena la realtà. Quella dei genitori uniti, dei genitori intrinsecamente capaci di prendersi cura e di crescere i figli.

La favola della “sacra famiglia”, invece, cede spesso all’esame di realtà. Coppie stanche, nevrotiche, divise, a volte sfibrate sin dall’origine, possono, senza dirselo e ancor meno saperlo, generare un figlio con l’intento maldestro di ridarsi un senso e stabilire, causa maternità/paternità, una tregua all’infelicità coniugale. E questa è probabilmente la radice della manipolazione affettiva dei genitori verso i figli.

Per esempio, il genitore manipolatore utilizza, per lo più inconsciamente, il bambino per avvantaggiarsi dell’affetto del coniuge, o per controllarlo. In altri casi, il bambino viene egoisticamente investito dal ruolo insostenibile di soddisfare i bisogni affettivi del genitore, di compensare la sua infelicità coniugale e/o esistenziale.

O, ancora, il figlio può essere utilizzato come “banca genetica” e sottoposto a pressioni affinché riproduca e conservi l’identità della “famiglia”, riproduca –magari in forma migliorata, compensando i “sogni mancati” della madre o del padre- il percorso dei genitori: dovrà fare lo stesso lavoro e dovrà comportarsi nello stesso modo dei genitori. Pena il silenzio, la punizione e il ricatto affettivo.

Burattini emotivi.

Così i bambini cullati nelle maglie del ricatto affettivo rischiano di trasformarsi in burattini emotivi designati a intrattenere per tutta l’infanzia lo spettacolo dei figli perfetti o dei figli problematici per compiacere genitori manipolatori, per conseguire il loro plauso nell’inconsapevole teatrino familiare. Sino alle svolte dell’adolescenza e dell’età adulta, dove questa crudele imposizione di ruolo potrebbe crollare disastrosamente e provocare lutti, conflitti e sintomi dilanianti, come succede, a volte anche più precocemente, nelle famiglie dove uno o entrambi i genitori manipolano i figli.

Quando un figlio nasce sotto la cattiva stella di una coppia irrisolta, purtroppo non tarderà a restituire ai genitori il peso della responsabilità inaccettabile di cui lo hanno gravato.

Ci sarà un momento nel suo ciclo di vita – l’infanzia, l’adolescenza o la prima età adulta- in cui il figlio sentirà la necessità di sottrarsi alla disfunzionalità affettiva di cui, egoisticamente anche se inconsapevolmente, è stato oggetto sin dal concepimento.

Il tentativo di svincolo può realizzarsi in diversi modi: per contestazione/conflitto, per auto-annullamento/resa o attraverso sintomi dello spettro psicopatologico come ansia, depressione e psicosi.

Contestazione/conflitto: tradire le aspettative dei genitori, fallire, deviare, anche gravemente, dai codici familiari (abuso di sostanze, comportamenti pericolosi e autolesivi, stile di vita promiscuo, ecc.)

Auto-annullamento/resa (per lo più asintomatica): manifestare di continuo il bisogno di approvazione dai genitori, uniformarsi passivamente alle attese familiari e riprodurre, nella propria vita, coppie e matrimoni infelici;

Sintomi: depressione, ansia, attacchi di panico, fobia sociale, inadeguatezza sociale, immaturità affettiva, solitudine, dipendenza affettiva.

Ognuna di queste condizioni si presenta associata alla dipendenza e alla manipolazione affettiva di almeno un genitore verso il figlio, ovvero una eccessiva e “storica” focalizzazione sul figlio correlata all’insoddisfazione grave relativa alla vita personale o di coppia.
In generale, i fattori di rischio di questa forma di manipolazione genitore-figlio,, spesso mascherata da “migliori intenzioni” o da “io so cosa è meglio per mio figlio”, si evidenziano nell’eccessivo controllo e nell’apprensione abnorme per le qualunque manifestazione di autonomia del figlio, vissuto non come individuo a sé, autonomo e capace, ma come fragile e inadeguata promanazione della madre e/o del padre.

Nella pratica psicoterapeutica non è raro incontrare bambini, adolescenti e giovani inviati dai genitori perché sofferenti, a volte drammaticamente sofferenti. E’ invece meno frequente stabilire un contatto davvero autentico e collaborativo con la coppia genitoriale. Quanto più la dipendenza affettiva verso il figlio o la figlia è strutturata, tanto meno sarà agevole coinvolgere la famiglia nel processo terapeutico. A volte, il rifiuto sarà netto, altre volte velato.

Nel caso di figli maggiorenni e relativamente autonomi, il terapeuta può certamente intervenire e incoraggiarli a dipanare pian piano i guinzagli emotivi che vincolano il loro sviluppo come adulti.

Nel caso di bambini e adolescenti, invece, il groviglio è più intricato perché implica la partecipazione della coppia genitoriale alla terapia e necessita giocoforza di una riflessione sulla funzionalità coniugale, sulla situazione attuale e sulla storia matrimoniale. Argomenti da cui i genitori manipolatori rifuggono quando, a qualche livello, avvertono che trattarli potrebbe modificare il precario equilibrio dipendente su cui, seppure inconsciamente, hanno fondato la coppia prima e la famiglia poi.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy, Psicologo – Psicoterapeuta (tratto da “Psicoadvisor”)

I BAMBINI CHE PASSANO TANTO TEMPO CON PAPÀ? DIVENTANO PIÙ INTELLIGENTI

I bambini che fin dai primi mesi trascorrono tanto tempo con il proprio papà, secondo uno studio, crescono più intelligenti. Questo è il risultato dello studio condotto da un team di ricercatori britannici di tre prestigiosissime università: Imperial College London, King’s College London e Oxford University.

 

Lo studio è stato pubblicato su “Infant Mental Health Journal” e, come afferma il The Telegraph, i ricercatori hanno preso in esame 128 papà del Regno Unito (di diverso ceto sociale e di diverse aeree geografiche) e li hanno ripresi con una telecamera, mentre erano con i propri figli. Quello che gli studiosi hanno osservato maggiormente nel dettaglio è stato il comportamento di alcuni papà, mentre interagivano con i propri figli (senza giocattoli). Un’osservazione che è iniziata quando i figli avevano tre mesi e che poi è ripresa quasi due anni dopo, mentre questa volta i padri leggevano ai propri figli dei libri. Dopo aver fatto ciò, gli esperti hanno realizzato dei test cognitivi specifici per i bambini (uno che prevedeva un riconoscimento di colori e figure e uno di comprensione di un libro). Il risultato è stato stupefacente. Infatti, i bambini (indipendentemente dal fatto di essere femmine o maschi) che hanno ottenuto i risultati nettamente più brillanti sono quelli che hanno trascorso più tempo con i propri papà fin dai primi mesi. Ecco quello che ha affermato alla BBC il professore Paul Ramchandani (che capitanava la ricerca):

“Anche così presto come nei primi tre mesi di vita le interazioni tra il papà e il figlio possono produrre risultati positivi osservabili già due anni dopo”.

Ma attenzione, ciò che conta però, è anche e soprattutto l’umore dei papà. Infatti, i bambini che nei primi mesi di vita hanno avuto un padre introverso o depresso, hanno ottenuto il punteggio più basso nei test.

A raccontarlo è la dottoressa Vaheshta Sethna, del King’s College:

“Abbiamo anche scoperto che i bambini che interagiscono durante la sessione di lettura con un padre sensibile, calmo e poco ansioso sono quelli che all’età di due anni dimostrano un maggiore sviluppo, e una maggiore abilità linguistica e capacità di risolvere i problemi. Questo suggerisce che le attività di lettura aiutano i bambini e inoltre i nostri risultati dimostrano l’importanza di avere un padre presente e positivo con i propri figli”.

Be’ papà italiani, siete avvisati…
I bambini che passano tanto tempo con papà? Diventano più intelligenti.

“Rds – Infant Mental Health Journal”