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HAI DECISO DI LASCIAR PIANGERE IL TUO BAMBINO? ECCO COSA SUCCEDE NEL SUO CORPO.

Molti genitori credono che sia utile lasciar piangere il proprio bambino. Secondo un’opinione molto diffusa pochi minuti di lacrime non faranno male al piccolo, anzi lo aiuteranno a ritrovare da solo calma e sonno.

 

Così, la tecnica di “attesa progressiva” (conosciuta anche come “metodo 5-10-15”) sviluppata dal dottor Richard Ferber, neurologo e pediatra dell’Università di Harvard e presso l’ospedale pediatrico di Boston, è ancora utilizzata oggi dai genitori di tutto il mondo.

Tuttavia, quasi nessuno sa davvero cosa succede nei bambini quando continuano a piangere. Le conseguenze fisiche e psicologiche potrebbero influenzarli per tutta la vita. Quando un bambino piange senza essere rassicurato dai genitori, il suo livello di stress aumenta. Con le sue grida vuol comunicare qualcosa: forse ha fame, avverte dei dolori o semplicemente ha bisogno di compagnia. Il bebè dipende totalmente dai genitori e non può occuparsene da solo.

Se il suo appello resta inascoltato, il corpo viene inondato da ormoni dello stress. Col tempo, questo può danneggiare il sistema nervoso centrale. Possono risentirne anche la crescita e la capacità di apprendimento.

In un’intervista a Süddeutsche Zeitung (o SZ, il quotidiano principale della Germania del sud), Karl Heinrich Brisch, primario di medicina psicosomatica presso l’ospedale pediatrico dell’Università di Monaco, spiega che i neonati, quando lasciati piangere dai genitori, “apprendono molto presto ad attivare nel cervello un piano di emergenza, molto simili al riflesso di tanatosi osservato negli animali quando sono in pericolo di vita, che consiste nel simulare la morte”. Il loro sviluppo cerebrale viene colpito e i piccoli imparano ad adattarsi allo stress.

“I bambini hanno paura della morte”

Anche la psicologa Katharina Saalfrank, che deve la sua fama alla trasmissione Super Nanny, parla di “paura della morte”. Per questo motivo, nel 2013, si è espressa a proposito di questo metodo tanto contestato: “I bambini hanno paura della morte, ogni secondo che passa”.

Fabienne Becker-Stoll, direttrice dell’Istituto di Pedagogia infantile della Baviera, ha dichiarato a SZ: “I bambini hanno bisogno di calore fisico su cui poter contare, al fine di soddisfare i loro bisogni psicologici elementari e di far diminuire lo stress. È solo in questo modo che possono costruire un legame saldo con i genitori e poi con le persone intorno a loro”.


Conseguenze psicologiche che si manifestano in età adulta.

I bimbi lasciati piangere possono restare traumatizzati. Il mancato intervento dei genitori significa: “Puoi piangere quanto vuoi, nessuno verrà ad aiutarti”. Questo si traduce spesso in problemi affettivi, che non costituiscono l’unica conseguenza. Potrebbero manifestarsi anche problemi d’insonnia, ansia, problemi di dipendenze e sintomi depressivi.


Lasciar piangere i bambini non ha alcun valore pedagogico.

I genitori che non reagiscono subito ai segnali lanciati dai propri figli non fanno bene a nessuno: né a loro stessi, né al piccolo. Il metodo dell’”attesa progressiva” non ha alcuna validità pedagogica, perché i neonati hanno una percezione del tempo completamente diversa dalla nostra. Non sanno se hanno pianto per cinque o dieci minuti e non sono in grado di trarre conclusioni.

È risaputo che i bambini piangono molto di più quando vengono ignorati. Dei ricercatori britannici hanno dimostrato che i neonati le cui necessità vengono regolarmente soddisfatte, piangono molto meno dei bimbi che ricevono meno attenzioni.


Il segreto del successo: tantissime coccole!

Alcuni studi hanno inoltre dimostrato che il contatto affettuoso e sollecito porta benefici in fase di sviluppo.

Alcuni scienziati dell’Università di Notre-Dame, negli Stati Uniti, hanno riscontrato che i soggetti che sono stati più accuditi e coccolati durante i primi mesi di vita, senza essere lasciati soli per molto tempo, se la sono cavata molto meglio in età adulta.

Questi adulti, tra i 600 sottoposti al test, godevano di salute migliore, avevano meno tendenze depressive, erano dotati di una maggiore capacità di empatia ed erano sensibilmente più produttivi rispetto a chi aveva ricevuto meno attenzioni durante l’infanzia.

Il miglior consiglio per i genitori? Ascoltate il vostro istinto. Rispondere alle grida e al pianto dei propri figli è una reazione perfettamente naturale. Pertanto, è logico pensare che si tratti anche della reazione più giusta.

Gina Louisa Metzler
https://www.huffingtonpost.it/

 

IL PENSIERO CREATIVO A SCUOLA

Per l’essere umano la creatività rappresenta una capacità importantissima per affrontare le sfide della vita. Avere la possibilità di porsi nei confronti del problema con un’ottica ed un approccio diverso permettono senz’altro di vivere più serenamente e spingersi oltre le normali abitudini.

 

Essere flessibili permette a chiunque di affacciarsi agli scenari che giorno dopo giorno ci si trova ad affrontare. Per tanto la scuola oggi dovrebbe favorire lo sviluppo di abilità come la creatività e la flessibilità fin dai primi approcci dei bambini al mondo dell’istruzione, permettendo loro di incentivare quelle capacità di problem solving e capacità di mettersi in gioco che gli serviranno da adulti. Spesso purtroppo ci si trova di fronte ad un impoverimento di idee da parte degli studenti o a commenti oltremodo banali, il tutto legato ad un conformismo che traspare dai loro comportamenti.
Le capacità creative una persona ed in questo caso di un alunno permettono di affrontare in modo più proficuo le situazioni personali e collettive difficili ma anche le critiche facendole diventare opportunità di miglioramento e di crescita. Non solo, sollecitare la creatività negli alunni permette loro di sviluppare sensibilità, pensieri ed atteggiamenti meno conformisti e più personali. Spazi o momenti per favorire la creatività a scuola permettono di sviluppare e coltivare una personalità positiva e generativa perché contribuiscono allo “stare insieme” in classe.
L’impegno della scuola deve andare nella direzione di promozione di un clima che inviti ad essere creativi, pertanto docenti e discendenti devono assumere coerentemente atteggiamenti creativi. Il sistema scolastico per sua natura non sempre permette agli insegnanti di essere flessibili, così molti alunni non vengono sollecitati nel manifestare determinati comportamenti. Di conseguenza essi manifestano irrequietezza che nasce soprattutto dalla curiosità e dall’impulsività e ciò provoca disturbo alla lezione. Se a ciò si aggiunge che spesso si premia la risposta “giusta” e si penalizza quella “sbagliata”, ci troveremo di fronte a bambini che poco o per nulla riusciranno a manifestare idee originali soluzioni poco ortodosse rispetto alle prove che dovranno affrontare, proprio nel timore di non soddisfare le aspettative del docente.
La tendenza a non “correre rischi” penalizza anche la creatività. Dovrebbe essere premiato lo sforzo creativo, immaginativo dell’alunno affinché egli si focalizzi su qualcosa di più personale, generando idee che possano condurre alla soluzione.
Per favorire lo sviluppo della creatività negli alunni è necessario metterli nelle condizioni di proporre idee insolite, stravaganti, mettendosi in gioco in un modo diverso nell’affrontare le prove a scuola affinché si rendano conto che in taluni casi possono permettersi di utilizzare una certa audacia, fantasia, intraprendenza, originalità.
È necessario che i docenti individuino delle proposte di lavoro scolastico che riescano a stimolare quelle operazioni mentali che stanno alla base della creatività. Ad esempio compiti con forte componente artistica o compiti liberi. Attività che permettano all’alunno di uscire dal quadro concettuale che si utilizza normalmente rompendo i vincoli che guidano sistematicamente il nostro modo di pensare, ampliando la prospettiva mentale che caratterizza ognuno di noi, dando libero sfogo alla fantasia.
Attività che apparentemente sembrano non collegate se messe in correlazione possono favorire la creatività poiché fare associazioni tra aspetti della realtà che solitamente non risultano associati favorisce lo sviluppo di un pensiero creativo perché permette di collegare tra loro cose lontane e diverse in modi non consueti.
Infine cambiare punto di vista, cioè riorganizzare il nostro modo di vedere rispetto a come siamo soliti fare spontaneamente può portare ad un capovolgimento di prospettiva che favorisce vie di esplorazione verso modalità di approccio creative.
In conclusione possiamo dire che la creatività rappresenta un atteggiamento generale che può nascere dietro sollecitazione con attività strutturate ad hoc ma che va costantemente supportato e alimentato modificando e costituendo opportunità sempre nuove. Deve diventare un mood cognitivo che il bambino possa adottare di sua spontanea volontà quando colga l’opportunità di farlo.

Dott. Pasquale Saviano – Psicologo e Psicoterapeuta

 

HO BISOGNO DI ESSERE VISTA

“Lucia è nell’altalena, ha imparato a spingersi da sola e sta andando in alto. Grida alla mamma: <Guardami, mamma!>” Nessun genitore, in genere, ha bisogno di essere incoraggiato a guardare, lo facciamo tutti! La trappola in cui però cadiamo è che spesso diamo ai figli qualcosa di diverso da ciò che desiderano.

 

Trappole comuni
1)
La mamma di Lucia elogia la piccola dicendo: “Che brava! Stai andando benissimo.”
La mamma lo ha detto per amore, ma così ha collegato “l’essere” di Lucia con il risultato da lei ottenuto. In questo momento stanno parlando 2 lingue diverse. Lucia non ha mai pensato che dovesse dimostrarsi brava per divertirsi nell’altalena. Lei sta vivendo un’esperienza e quando dice “Guardami!” chiede solo che le vangano confermate la sua esistenza e la sua esperienza. Niente più.

2)
La mamma di Lucia esprime il suo amore concentrandosi su se stessa: “Fai attenzione a non cadere e a farti male!”

Quest’ansia incessante frena lo sviluppo dell’autostima nella bambina perché il messaggio che riceve è “non mi aspetto che tu che la faccia”. Questo tipo di risposta sposta l’attenzione della bambina dalla propria esperienza e la trasferisce ai sentimenti della madre.
Se la madre è spesso preoccupata la figlia diventerà schiva e ansiosa a sua volta oppure maldestra e facile agli incidenti per portarsi al livello delle aspettative negative della madre.
Lo so ci caschiamo tutti in queste 2 trappole .
Cosa possiamo fare allora per alimentare l’autostima dei nostri figli?

1)
Il più delle volte basta uno sguardo, un cenno di saluto: “Ciao Lucia!”
La madre è stata testimone dell’esperienza della figlia, Lucia sa di essere stata “vista”.

2)
Se la madre volesse dare qualcosa di più potrebbe guardare più da vicino il viso di Lucia e dire una cosa del tipo: “Lucia, sembra davvero divertente”!

Stefania Piccini

 

 

IN QUALE POSIZIONE DEVONO STARE I GENITORI?

Il posto ideale dei genitori per accompagnare i figli nella vita è dietro di loro. Non davanti, non di fianco. Dietro. Con una distanza che è proporzionale alla loro crescita.

 

Quindi, quando molto piccolo, appena il bambino ne manifesta il desiderio, va tenuto in braccio, ma rivolto verso il mondo. In seguito, quando comincia a gattonare e a camminare, dietro di lui ma vicino, per osservare, anticipare se possibile i pericoli, consolare quando cade.
Poi dietro, mentre entra a scuola e si gira per salutare, affinché ci veda chiaramente mentre lo salutiamo fiduciosi che possa stare bene anche mentre siamo lontani.
Dietro mentre lo accompagniamo per la sua strada, osservando i suoi talenti, ascoltando i suoi desideri, incitandolo, facendo il tifo per lui, abbracciandolo quando ha bisogno di conforto perché ha perso.
Dietro mentre fa i compiti, distratti quando non serviamo, attenti se richiamati, affinché sia chiaro che l’apprendimento sia un suo compito, che sosteniamo se e quando necessario, ma che non ci sostituiamo ne’ a lui ne’ ai suoi maestri.
Affinché il nostro apporto non lo confonda: non siamo lì a giudicarlo, il nostro amore non è condizionato dai suoi voti o dai suoi successi. Il nostro insegnamento principale è e rimane per sempre il modo in cui lo amiamo, a prescindere dalle sue scelte personali che lo renderanno una persona unica e speciale, probabilmente diversa da noi, dalle nostre aspettative, forse anche migliore, di noi.
Dietro per guardarlo bene, un po’ distante per comprendere come si comporta con le altre persone, anche quando siamo assenti, di cosa ha veramente bisogno, come sostenerlo, ma anche di quali limiti necessita per rafforzarlo, per permettere di sperimentarsi, sbagliare, educarlo.
Dietro perché senta la nostra presenza attenta che non prende il suo posto, ma gli dà spazio.
Non un amico, non un insegnante, non un fan. Ma sua madre e suo padre, semplicemente.
Affinché i meriti siano suoi e non nostri, la sua vita sua e non nostra, i fallimenti suoi e non nostri.
Una presenza presente tutta la vita, alla distanza corretta e adeguata all’età e ai suoi bisogni, capaci di essere sia molto vicini sia molto lontani, ma non perdendo mai di vista il compito principale che ci compete come genitori: renderlo autonomo da noi e in grado di sviluppare relazioni affettive significative di cui prendersi cura. Responsabili della costruzione della sua genitorialità, che sarà fondamentale del modo in cui si occuperà e amerà i suoi figli, se ne avrà. Fondamenta da cui trarrà ispirazione con chiunque sarà oggetto della sua cura e della cura che cercherà nelle persone che lo ameranno e che si fideranno di lui. La sua capacità di chiedere, di non essere troppo dipendente, di farsi trattare come merita, di cambiare quando non sta bene, responsabile delle scelte affettive che opererà.
Coscienti che l’esempio principale di cura siamo proprio noi, la madre e il padre che lo accompagnano nella vita. Finché siamo in vita, dietro.
Infine, se avremo svolto bene il nostro ruolo, nonostante i nostri inevitabili errori, se avremo la fortuna che si compia il naturale destino come genitori, ovvero quello che i figli ci sopravvivano, il nostro luogo ideale cambia.
Non più dietro, ma dentro, nel cuore dei nostri figli, affinché sempre, finché saranno in vita, possano ritrovarci in quella presenza presente, dietro di loro.

Maria Isabella Robbiani – Psicologa
http://www.accompagnamentoperinatale.it/

 

LA FILASTROCCA DELL'AUTOSTIMA PER I BAMBINI

Il punto di vista dei bambini.

 

Non dirmi “sciocco” oppure “somaro”,
sono parole dal gusto amaro.
Non dirmi “aspetta, ti rispondo dopo”,
se lo chiedo ora, ci sarà uno scopo.
Non chiedermi sempre e solo perché,
ne sono certo, lo sai già da te.
Se poi non mi urli tutti i santi giorni,
sarò più felice quando ritorni.
Non chiedermi cose sotto ricatto,
o imparerò il prezzo di averlo fatto,
non per amore, ma per esser costretto
e non di certo perché ci rifletto.
Se sono stanco e non capisco niente,
è perché stanca è anche la mente.
Non mi gridare se rovescio il latte,
chissà tu, da piccola, quante ne hai fatte.
Non dirmi mai che non si può fare,
tra il dire e il fare non sempre c’è il mare,
o che non posso cambiare il mondo
e ci crederò in un nanosecondo.
Se aggiungi sempre “ma”, “forse”,‘‘però”,
stai pur sicura non ce la farò.
Poi, se lo posso fare da solo,
non aiutarmi e prenderò il volo.
Mostrami invece parole belle
e te lo assicuro, toccherò le stelle…

Stefania Contardi & figli
http://sabinaeducattiva.wordpress.com/

 

LA BUONA MADRE È QUELLA CHE DIVENTA INUTILE.

“La buona madre è quella che diventa inutile col passare del tempo. È giunto il momento di reprimere l’impulso naturale materno di voler mettere il piccione sotto l’ala, protetto da tutti gli errori, tristezze e pericoli.

 

È una battaglia difficile, lo confesso. Quando comincio a indebolirmi nella lotta per controllare la super-madre che tutte abbiamo dentro, mi ricordo la frase del titolo. ” La buona madre è quella che diventa inutile…”


Se ho fatto il mio dovere di madre correttamente, devo diventare inutile. E prima che una madre mi accusi di disamore, spiego cosa significa. Essere “inutile” è non lasciare che l’amore incondizionato di madre, che esisterà sempre, provochi vizio e dipendenza nei figli, come se fosse una droga, a tal punto, che loro non siano in grado di poter essere autonomi, fiduciosi e Indipendenti. Devono essere pronti a tracciare la loro rotta, a fare le loro scelte, a superare le loro frustrazioni e a commettere i propri errori anche con ogni fase della vita, una nuova perdita è un nuovo traguardo; per entrambe le parti: madre e figlio.


L’amore è un processo di liberazione permanente, e quel legame continua a trasformarsi nel corso della vita. Fino al giorno in cui i figli diventano adulti, costituiscono la loro famiglia e ricominciano il ciclo. Quello di cui hanno bisogno è di avere la certezza che saremo con loro, fermi, nell’accordo o nella divergenza, nel trionfo o nel fallimento, pronte e presenti, l’abbraccio stretto, e il conforto nei momenti difficili. I genitori e le madri, in sostanza, allevano i loro figli affinché siano liberi e non schiavi delle nostre paure. Questa è la più grande sfida e la missione principale.


Quando impariamo ad essere “inutili”, ci trasformiamo in un porto sicuro dove possono attraccare.

A Chi Ami Dai:

– Ali per volare.
– Radici per tornare.
– Motivi per restare.


Facciamo figli indipendenti e sicuri di se stessi per vivere una vita piena e onesta”.


A. Pintus
http://www.lascuolacreattiva.altervista.org/

QUELLO CHE DOVREBBERO INSEGNARE A SCUOLA

Trascorriamo tanti anni della nostra vita a scuola, mediamente 12 anni. Sui banchi di scuola abbiamo la possibilità di imparare geografia, storia, matematica e nella maggior dei casi si diventa cintura nera di tabelline o ottimi scrittori di testi, potendo così dire che l’obiettivo didattico è stato raggiunto. Ma è sufficiente per affrontare la vita reale?

 

Molto di ciò che si studia sui libri sarà utile nella vita professionale, ed in ogni caso anche importante per il proprio background culturale. Ma per quanto riguarda la vita reale, come prepara la scuola? Anzi, forse la domanda più adatta è: la scuola, prepara alla vita reale?


La scuola ci prepara ad affrontare la vita?

È idea di molti che una grande lacuna del sistema scolastico, sia il mancato insegnamento “della pratica”, ed è qualcosa che molto spesso emerge quando ci si approccia al mondo del lavoro. Ma situazione ancor più evidente è che quando arriva il momento di “iniziare a cavarsela da soli” senza l’aiuto ed il supporto dei genitori, ci si accorge spesso che mancano gli strumenti e le conoscenze per farlo.


Non sto parlando di sapere come sistemare la lavatrice quando si rompe o di come tenere da soli la contabilità della propria azienda, ma banalmente di come funziona il sistema tributario, di quali siano gli stili di vita salutari per evitare problemi di salute, del senso civico… di questioni pratiche che ci riguardano tutti da vicino.


Le nozioni pratiche che dovrebbe fornire l’istituzione scolastica sono molteplici, ecco due capisaldi.


Informazioni di natura finanziaria e di gestione del denaro


Il tema denaro, così come quello della sessualità risultano ancora un tabù tra i banchi di scuola. Forse perché associati al “peccato” o forse no, sta di fatto che purtroppo, ancora oggi sono temi poco affrontati in ambito scolastico.


Sarebbe invece opportuno che i giovani venissero fin da subito informati circa quelle che sono le leggi finanziarie, l’economia, ma più banalmente, dovrebbero essere istruiti a quella che è una sensata gestione del denaro in base alle proprie esigenze ed obiettivi. Capire le differenti opzioni di risparmio o investimento, la differenza tra debiti e crediti, conoscere il regime di tassazione del proprio Paese.


Sono queste tutte questioni che renderebbero la vita molto più semplice nel futuro. Bada bene, non intendo che la scuola debba insegnare come diventare ricchi, ma quanto più offrire basi solide per evitare errori banali che però potrebbero costare caro.

Inoltre, insegnare in modo adeguato nozioni sulla gestione economica e finanziaria sfaterebbe anche il tabù legato alle differenze di “classe sociali” e all’emarginazione legata al basso reddito.


Benessere fisico… e soprattutto, psicologico


Vi è benessere quando vi è equilibrio tra mente e corpo. Purtroppo però, un dato ormai certo è che vi è grande incidenza di malessere psicologico, soprattutto tra i giovani. Ansia e depressione sono le patologie che più frequentemente affliggono la popolazione. Oggi, più che in passato, anche i giovani sono soggetti a forte pressione sociale, che molto spesso arriva dai social media e altre volte invece, è dovuta alle richieste di “performances” a scuola, nello sport, nel gruppo dei pari.


Ci si aspetta dai bambini e dagli adolescenti l’eccellenza in ogni attività in cui si cimentano, dimenticando il loro diritto di essere sè stessi, che prevede anche il non essere perfetti. L’eccellenza spesso è un capestro che rischia di investire di responsabilità e di ansia da prestazione. Situazioni queste, che non consentono di vivere la vita con leggerezza, cosa che invece dovrebbe fare chiunque, i giovani in particolare, ma anche gli adulti. Leggerezza che però non va confusa con la superficialità.


Occorrerebbe sensibilizzare i giovani, che saranno gli adulti di domani, ad aver cura del proprio benessere psicologico. Occorrerebbe insegnare a non aver timore di chiedere aiuto ad un professionista quando ci si trova in un momento di difficoltà. Ancora oggi aleggia un forte stigma verso l’aiuto psicologico, altre volte invece si sottovaluta eccessivamente l’impatto che ansia, stress, depressione possono avere sulla qualità di vita. Non affrontando il problema ai suoi esordi, il rischio è che questo possa affondare le sue radici e determinare una cascata di conseguenze.

Ovviamente oltre a questo, sarebbe buona regola insegnare ai giovani ad aver cura del proprio corpo, instradando verso stili di vita salutari e sottolineando l’importanza dell’esercizio fisico. Non dimentichiamoci inoltre che oggi patologie come obesità e diabete infantile, sono sempre più in aumento. Questo è indice della necessità di un’educazione alimentare fin dalla tenera età.


La scuola dovrebbe fornire le basi di quelle che sono le corrette abitudini alimentari. Mettendo in luce i rischi di una dieta squilibrata, che sia eccessivamente restrittiva o al contrario ricca di zuccheri e grassi. Potrebbe sembrare banale, ma insegnare come operare la lettura delle etichette nutrizionali sulle confezioni dei prodotti, potrebbe essere un ottimo modo per iniziare prendere decisioni amiche della propria salute.


E per finire… dovrebbe insegnare a non smettere mai di imparare. Occorre vivere la vita con curiosità e con la sensazione, di non sapere mai abbastanza.

Dr.ssa Veronica Rossi – Psicologa
10 Luglio 2020
https://psicoadvisor.com/

PERCHÉ DICIAMO “STO BENE” QUANDO IN REALTÀ NON È COSÌ

Sto bene. Due parole dolci, rassicuranti e sintetiche. Le pronunciamo spesso ma altrettanto spesso questa formula è del tutto falsa.

 

In tono colloquiale, un “sto bene” detto per liquidare l’altro può starci. Il problema insorge quando quel “Sto bene” diventa un mantra e lo ripetiamo anche a noi stesse e ai nostri affetti più intimi finendo per attuare un sistematico evitamento emozionale. Quel “Sto Bene” arriva a celare tanta sofferenza, a camuffarla e addirittura a negarla.

Fingere che tutto stia andando al meglio

Quando affermi “Va tutto bene” ma dentro di te senti emozioni tumultuose difficili da interpretare, stai negando a te stessa i tuoi veri sentimenti, ti stai deprivando di un’esperienza emotiva significativa.

Dietro a un “Sto bene” si nasconde un ciclone emotivo:


  • emozioni difficili,
  • conflitti,
  • dubbi e paure,
  • vissuti mai elaborati,
  • vergogna,
  • sensi di colpa,
  • sensazione di non essere abbastanza,
  • senso di vuoto emotivo,
  • umore depresso,
  • convinzione di essere incompreso,
  • verità mai accettate e
  • tanta, tanta, inquietudine.

Nel rapportarci agli altri, vogliamo che tutti pensino che la nostra vita funziona bene, che noi “funzioniamo bene”, che siamo capaci, forti… Desideriamo dare un’immagine integra quando in realtà dentro di noi siamo a pezzi. Tra un “sto bene” e l’altro, dentro di noi si sta svolgendo una lotta e la nostra vita a tratti sembra ingestibile. La corazza che mostriamo agli altri è l’incarnazione del nostro evitamento, ci evita ogni confronto e soprattutto ci evita di dover affrontare i nostri demoni interiori (quei conflitti irrisolti che hanno ancestrali radici).

In questa configurazione volgiamo l’attenzione su ciò che è fuori da noi e non su ciò che abbiamo dentro. Le strategie che mettiamo in atto sono molteplici: c’è chi si prodiga per il prossimo, cercando di risolvere i problemi degli altri piuttosto che dover affrontare i propri. C’è chi diventa ipercritico e sfoga le proprie frustrazioni sulle mancanze degli altri, così da non dover guardare le mancanze che si porta dentro. Molte persone si trasformano in autentiche crocerossine e prodigandosi per la salvezza dell’altro cercano il realtà la propria di salvezza. Gli scenari sono molteplici e tutti hanno lo stesso minimo comune denominatore: il rifiuto di districare il caos che c’è dentro di sé.


QUEL “STO BENE” PER NON DELUDERE

Le radici di quel “sto bene” sono molto profonde: impariamo a negare i nostri malesseri per non essere di peso all’altro importante. Tutto è riconducibile ai modelli genitoriali che abbiamo avuto e al loro rapporto con le emozioni che esperivamo quando eravamo bambini.

Un genitore responsivo, fin dalla nascita del proprio figlio, funge da facilitatore emotivo e riesce a operare un “contenimento emotivo” quando il bambino ancora non sa gestire le proprie emozioni. In questo contesto, il bambino introietta una rappresentazione interna della persona che fornisce cure come stabile, accudente e funzionale.

Un genitore non responsivo che ammonisce le reazioni emotive e non è in grado di sintonizzarsi con i bisogni di sostegno e protezione del bambino, non consente di introiettare una rappresentazione interna della persona che fornisce cure.

Per rendere più comprensibile quanto scritto, fornirò degli esempi pratici delle più diffuse invalidazioni emotive che ingenuamente i genitori attuano nei confronti del figlio.

  • “Non piangere sennò fai preoccupare la mamma”
  • “I bambini buoni non fanno capricci”
  • “Se tu piangi la mamma sta tanto male”
  • Rispondere ai capricci del figlio con urla aggressive ancora più forti
  • Rispondere alla collera con altra collera
  • “Devi essere un bambino buono sennò la mamma soffre”
  • “I bambini stupidi piangono”
  • “Vedi Michele come è buono, lui non piange”
  • “Stai piangendo per una sciocchezza”
  • Risposte di ansia eccessiva a una problematica emotiva/fisica del bambino
  • Allarmismi eccessivi a ogni reazione fisica/emotiva del piccolo

Le reazioni dei genitori ai malesseri dei bambini sono la prima esperienza di cura che facciamo. E’ da qui che impariamo come prenderci cura di noi, quanto possiamo contare sull’altro in caso di un nostro malessere… è da qui che impariamo quanto possiamo esprimere le nostre emozioni.

Se le uniche emozioni approvate dai nostri genitori erano quelle di gioia, impariamo che soffrire è sbagliato e che quando si soffre, meglio tenersi la cosa per sé tanto ogni manifestazione è inutile se non controproducente.

Ecco perché da adulti ci sembra più facile evitare sistematicamente i sentimenti difficili e covare tutto dentro. Nessuno ci ha insegnato a gestire la nostra “carica emotiva” in modo funzionale. Così, anno dopo anno, abbiamo accumulato un gran numero di conflitti senza mai dare alle “emozioni negative” un preciso significato, un’ideale collocazione.

Abbiamo imparato a tacere la sofferenza per non deludere le aspettative dell’altro o per non essere sopraffatti da un ulteriore carico. Abbiamo capito che possiamo contare solo sulle nostre forze perché nella nostra memoria non abbiamo interiorizzato l’immagine di un care-giver accudente.

Ecco una notizia: ciò che hai imparato da bambino, oggi, non è più vero! 🙂

DARE SIGNIFICATO ALLA SOFFERENZA

La mancata espressione delle emozioni negative, a lungo andare, può essere devastante. Se hai negato i tuoi sentimenti e le tue emozioni per molti anni, mettere a fuoco ciò che ti porti dentro non sarà facile. Se vuoi avvicinarti a un autentico “sto bene” puoi partire proprio dai tuoi bisogni insoddisfatti. Un percorso psicoterapeutico potrà aiutarti e mentre maturi l’idea di consultare uno psicologo, puoi iniziare dalle emozioni che vivi su base quotidiana.

Se dai significato alla sofferenza e ai tuoi disagi, ti sarà più semplice elaborarli. Ricorda che tutto ciò che hai imparato durante l’infanzia, oggi non ha più un grande significato: i sentimenti che provi non fanno di te una persona “buona” o “cattiva”. Hai il diritto di soffrire e, invece di tentare di cambiare il modo in cui ti senti, sii benevola con te stessa, accetta i tuoi vissuti emotivi e cerca di essere “curiosa” nell’esplorare cosa stanno cercando di dirti.

A qualsiasi età puoi imparare a prenderti cura di te e della tua sfera emotiva. Uno psicologo è la persona ideale con la quale confrontarsi ma puoi fare molto anche fuori dal setting professionale. Per esempio, identifica una persona sicura e affidabile con la quale poter essere più autentica, con la quale condividere dubbi e incertezze senza temere alcun giudizio.

Anna De Simone – Psicologa e psicoterapeuta
4 Luglio 2020
www.psicoadvisor.com

 

FALSI MITI SUL DISTURBO DA DEFICIT D’ATTENZIONE E IPERATTIVITÀ

È normale per i bambini dimenticare occasionalmente di fare i compiti, sognare ad occhi aperti mentre in classe il professore spiega, agire senza pensare o essere irrequieti a tavola mentre si mangia, ma inattenzione, impulsività, e iperattività sono la triade sintomatologica dell’ADHD, ovvero il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività.

 

QUANDO È DAVVERO IL CASO DI PREOCCUPARSI?

L’ADHD è un disturbo neuropsicologico comune che, solitamente, ha esordio nella prima infanzia, prima dei sette anni.


L’ ADHD rende difficoltoso ai bambini inibire le loro risposte spontanee — risposte che possono essere intese come uno spettro ampio di comportamenti, dal movimento alla parola, all’attenzione. Tutti noi conosciamo bambini che fanno fatica a rimanere seduti, che sembrano non ascoltarci mai, che non seguono le indicazioni che diamo loro (non importa con
quanta attenzione, cura e chiarezza gliele abbiamo fornite), o che commentano in modo inappropriato certe situazioni e certe circostanze. A volte questi bambini vengono chiamati “combinaguai” o criticati per essere indisciplinati e pigri. La domanda che sorge spontanea a questo punto è: “ é il normale comportamento da bambini o è ADHD?”.


Potrebbe essere difficile distinguere fra un bambino un po’ vivace ed i segnali dell’ADHD se non li si conosce a fondo.
Se notiamo soltanto qualche comportamento fra questi che si presenta solo in alcune situazioni, probabilmente non si tratta di ADHD. Se, invece, il tuo bambino mostra gran parte dei segnali tipici dell’ADHD e questi sono presenti in ogni ambito della sua vita — a casa, a scuola, e nel tempo libero — sarebbe il caso di approfondire di piú la questione con uno specialista.


La vita con un bambino ADHD può essere frustrante e spesso i genitori riportano vissuti di impotenza e, a volte, di disperazione. Tuttavia, la buona notizia è che come genitore c’è molto che puoi fare per aiutare il tuo bambino a tenere sotto controllo i sintomi, vincere le piccole grandi sfide quotidiane e apportare calma e benessere alla tua famiglia.
Il primo step è conoscere l’ADHD. Infatti aleggiano troppi falsi miti su questo disturbo.


VEDIAMO DI SFATARNE ALCUNI: FALSI MITI SULL’ADHD

Mito: Tutti i bambini con ADHD sono iperattivi.
Falso: Alcuni bambini con ADHD sono iperattivi, ma molti altri che hanno una prevalenza del disturbo di tipo inattentivo, non lo sono. Infatti, i bambini a prevalenza inattentiva non solo non appaiono attivi, ma al contrario possono apparire con la testa fra le nuvole o demotivati.

Mito: I bambini con ADHD non possono mai prestare attenzione a qualcosa.
Falso: Spesso i bambini con ADHD riescono a prestare attenzione alle attività che per loro sono piacevoli. Tuttavia, non importa quanto faticosamente ci provino, hanno molta difficoltà a mantenere la concentrazione quando il compito è per loro noioso o ripetitivo.

Mito: I bambini con ADHD possono comportarsi meglio se si impegnano.
Falso: I bambini con ADHD possono dare il meglio di loro, ma avranno sempre molte difficoltà a stare seduti fermi, stare tranquilli, o prestare attenzione. Possono apparire disobbedienti, ma ciò non significa che lo stiano facendo di proposito.

Mito: Crescendo passerà.
Falso: L’ADHD spesso continua anche in età adulta, i sintomi di iperattività si attenuano molto, mentre la disattenzione permane. Quindi non aspettarti dal tuo bambino che prima o poi ne uscirà da solo. La terapia aiuterà il tuo bambino ad imparare a conoscere, gestire e minimizzare i sintomi.

Mito: I farmaci sono il miglior trattamento per l’ADHD.
Falso: I farmaci sono spesso prescritti per il deficit di attenzione e iperattività, ma non sempre sono necessari e non sempre sono l’opzione migliore. È importante valutare l’adozione del farmaco con il tuo Neuropsichiatra Infantile di riferimento, ma sappi che il trattamento piú efficace per l’ADHD è quello integrato. Cioè quello che include la terapia psicologica, il supporto scolastico, l’educatore domiciliare (ove necessario) ed il potenziamento delle funzioni neuropsicologiche.

È importante sapere che è possibile un significativo miglioramento della sintomatologia se specialisti, famiglia e scuola collaborano in sinergia per il benessere del bambino. Per alleviare il peso dei genitori potrebbero rivelarsi utili percorsi di sostegno alla genitorialità con uno psicologo o dei percorsi parent training che aiutano a gestire i momenti del disturbo in acuto in casa.

Dott.ssa Chiara Cucinotta – Psicologa
www.mammeamille.it

30 INDOVINELLI PER BAMBINI SULL’ESTATE

Bambini annoiati? Ecco qualche giochino per insegnargli qualcosa sull’estate, sul mare e sugli animali, mettendo alla prova le loro capacità logiche. Provateci con questi indovinelli!

 

L’estate è la stagione preferita dai bambini, ma qualche volta i genitori sono troppo impegnati e i nonni non sempre riescono a organizzare giochi divertenti per i bambini; ecco perché oggi vogliamo insegnarmi qualche indovinello simpatico per intrattenerli, ma anche per spiegargli qualcosa di più su una delle stagioni più belle dell’anno. Dunque ecco 30 indovinelli, un’occasione per mettere alla prova anche le vostre abilità. Cosa aspettate? Provate a giocare insieme ai piccoli cercando una risposta a questi piccoli e divertenti aneddoti!

INDOVINELLI ESTIVI SUGLI ANIMALI

• Fra l’erbetta e in mezzo ai fiori, sto nel vivo e salto fuori. Verde piccola, non bella, son del rospo la sorella. Faccio un verso: cra, cra, cra: il mio nome chi lo sa? – La rana.
• Il mio sguardo è cattivo e se sento del sangue in acqua mi attivo. Mi chiamano anche pescecane, ma fuori dal mare non posso stare. Chi sono? – Lo squalo.
• Sempre in moto, affaccendate, di gran pesi caricate, trasportiamo granellini, instancabili, piccine siam le nere – Le formichine.
• Ho le ali e non sono uccello e nemmeno un aeroplano. Mi rincorrono i bambini per i prati e nei giardini, le mie ali sembrano fiori dai più vividi colori. Chi sono? – La farfalla.
• Ha la vita appena a un filo. Che animale è? – Il ragno
• Ho una veste verdolina, dello stagno son regina; è noioso il mio cantare, indovina indovinare. Chi sono? – La rana.
• Non è un re ma ha una corona, non ha orologio ma le suona. Chi è? – Il gallo.
• Chi è che quando piove non si preoccupa, quando tira vento è già al coperto e quando grandina gioca a bocce? – Il pesce.
• Sto sui fiori o in mezzo al prato, con un vestito rosso e di nero puntinato, son rotonda e tanto bella e mi chiamano? – Coccinella.
• Sono l’animale che resto fuori dall’Arca di Noè. Chi sono? – Il pesce.
• In aria volo, ma non sono i vermi il mio cibo preferito. Se piove mi ritiro, però l’acqua mi piace da impazzire, e da lei mi nutro. Chi sono? – Il gabbiano.
• Tra gli scogli son marine, in cima ai monti sono alpine. Ce n’è una che è polare ma la vedi anche dal mare. Con le nubi ce ne andiamo, indovina un po’, chi siamo? – Le stelle.
• Sono piccola, ma snella, vado a cavallo senza sella. Passo il mare senza nave, entro in casa senza chiave, se ti pungo faccio male. Chi sono? – La zanzara.
• Son simpatico e carino, dentro nel cuore resto sempre un bambino. In acqua salto e faccio piroette, almeno finché non sono le sette. Chi sono? Il delfino.
• Qual è la stella che non risplende? – La stella marina.
• Perchè un fenicottero solleva solo una gamba? – Perchè se le solleva tutt’e due cade.
• Sto sul grano e sopra un fosso non mi brucio ma il fuoco indosso. Chi sono? – La lucciola.

INDOVINELLI SUL MARE

Insegniamo a bambini qualcosa sul mare attraverso questi indovinelli divertenti sull’estate che metteranno alla prova anche voi adulti.

• Sull’acqua del mare galleggio e quando il vento soffia veleggio. Cosa sono? La Barca.
• E’ qualcosa che in mare cresce, ma non è né pianta né pesce. Che cos’è? – Il corallo.
• Cerco la terra e mi tuffo nel mare: ci crederesti? Non so nuotare. Cosa sono? L’ancora.
• Cresco insieme alla tempesta, e con il vento verso riva vado, solo la spiaggia mi arresta. Cosa sono? – L’onda.
• Su di me le persone salgono, e sull’acqua volano quando il vento forte soffia. Sono piatta e ho uno spuntone sulla coda. Cosa sono? – La tavola da surf.
• Cerco la terra e mi tuffo in mare ma poi vado a fondo perché non so nuotare. Chi sono? – L’ancora.
• Rinfrescante e trasparente sono una cosa che mai dorme e mai riposa. Chi sono? – L’acqua del fiume.

INDOVINELLI SULL’ESTATE

• Passa attraverso i vetri della finestra senza romperli. Che cos’è? – Il raggio di luce.
• Viene una sola volta al giorno e sempre quando sorge il sole. Che cos’è? – L’alba.
• Se non ci sono venti nel mare, non riesce a spiegarsi. Che cos’è? – La vela.
• Ci son quattro sorelle che non si possono vedere e quando una viene l’altra va via. Cosa sono? – Le stagioni.
• Sono sempre fermo e non mi muovo mai, ma se inizio a fumare faccio tanti guai. – Il vulcano
• Sono una casa con 12 porte, ogni porta ha 30 serrature e ogni serratura ha 24 chiavi. – L’anno, con i mesi, i giorni e le ore.

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